domenica 19 maggio 2013

FERRO 3. LA CASA VUOTA: RECENSIONE


Ferro 3. La casa vuota” di Kim Ki-duk è un film che parla d’amore e solitudine e lo fa alla maniera del regista coreano, ovvero attraverso un modo di raccontare che diventa poesia. Poesia visiva! Dopo il coinvolgente “Primavera, estate, autunno, inverno e ancora primavera”, Kim Ki-duk torna nella società, spostandosi dalle montagne incantate e silenti, al caos della metropoli moderna. 

Il protagonista del film è Tae-Suk, un giovane che abita nelle case lasciate vuote occasionalmente dai proprietari. Il giovane non vive solamente abusivamente in queste case, ma cerca di migliorare la vita della casa stessa, aggiustando oggetti ad esempio e lasciando sempre tutto in ordine. Quando non ha più niente da fare passa la sua giornata giocando a golf con la mazza numero 3, quella che è conosciuta come “Ferro 3”, la meno utilizzata dai golfisti, che diventa quindi metafora della vita di Tae-Suk, uomo dimenticato dalla società. La svolta è nell’incontro con una ragazza, Sun-hwa, che abbandona il marito che la maltratta per seguire Tae-Suk nel suo girovagare di abitazione in abitazione.

La pellicola vive di lunghi silenzi, così come Kim Ki-duk ha abituato i suoi ammiratori più fedeli, perché a volte le parole, soprattutto nella nostra società, sono superflue, addirittura volgari e svuotate di significato e ciò che il regista compie nella sua opera è far ritornare il cinema alla sua essenza originaria, ovvero ritornare a essere racconto per immagini. Al centro di “Ferro 3. La casa vuota” c’è (e non potrebbe essere altrimenti) il senso di emarginazione dell’uomo moderno, che vive sospeso, alienato e, per il regista, non è importante farci sapere se ciò che vediamo è sogno o realtà

Nessun commento:

Posta un commento

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...