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martedì 25 giugno 2013

LA QUINTA STAGIONE: RECENSIONE


La quinta stagione, nuovo film della coppia di registi belgi Peter Brosens e Jessica Woodworth arriva in concorso alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia e convince, almeno la stampa italiana ed estera, che ha applaudito, dopo aver visto l’opera. E in questo caso il termine “opera” è più azzeccato che mai e non si tratta solo di un termine per sostituire le parole “film” e “pellicola”. Sì, perché siamo di fronte ad una vera e propria opera d’arte, che coinvolge tutti i sensi dello spettatore, fa riflettere e lascia quel piacevole senso di benessere, per aver appena visto un bellissimo film.

La cinquième saison, film inserito in una trilogia che comprende Khadak e Altiplano, è una pellicola di difficile definizione e si può collocare a metà strada tra il documentario e il video arte, ovvero due campi spesso battuti dalla coppia di registi belgi. Sembra quasi incredibile, ma per ciò che si vede sul grande schermo, siamo di fronte forse ad una vera e propria installazione artistica, nella quale vengono mostrati i vari quadri, che, in questo caso specifico, sono le 4 stagioni.

La storia ha luogo in una piccola comunità agricola della provincia belga e La cinquième saison inizia proprio con un rito propiziatorio, ovvero si celebra la fine dell’inverno e la tanto attesa primavera. Qualcosa però non va perché la pira, che dovrebbe prendere fuoco e per uccidere l’inverno, non si accende. È l’inizio della catastrofe: le mucche diventano sterili, la terra è arida, le api fuggono via. Con questo pretesto i registi cercano di raccontare la loro visione poetica ed onirica del rapporto uomo-natura. Natura che prepotentemente si riprende lo status di vera regina del nostro mondo, contrapponendosi invece all’arroganza dell’uomo. Insomma nemmeno la ragione può aiutare l’essere umano a sopravvivere, quando la Natura decide che per lui non c’è più posto. La Natura non dà più niente all’uomo, che si ritrova così l’animo sterile, svuotato, inaridito, tanto da arrivare a comportarsi nel più efferato dei modi possibili.

domenica 10 febbraio 2013

THE SESSIONS: RECENSIONE


Chi è Mark O'Brien? In Italia forse in pochi lo conosceranno, eppure Mark O'Brien è stato un poeta e giornalista americano, famosissimo in patria tra la fine degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Novanta. A raccontarci la sua storia ci pensa il regista Ben Lewin, con un film, dal titolo The Sessions, presentato nella sezione Festa Mobile al Torino Film Festival.

Mark O'Brien non è solo un poeta e giornalista, ma è anche un uomo che a causa della poliomelite, malattia che lo ha colpito nell'infanzia, passa tutta la vita disteso su di un letto, con un polmone d'acciaio che gli permette di vivere e la possibilità di poter muovere solo la testa e parlare. Eppure ciò che The Sessions ci racconta altro non è il desiderio, che l'uomo ha giunto all'età di 38 anni: perdere finalmente la sua verginità.

La pellicola prende spunto infatti da un articolo di giornale scritto da O'Brien stesso dal titolo On Seeing a Sex Surrogate, in cui il poeta racconta la sua esperienza proprio con una donna surrogato, che nella vita aiuta proprio le persone a risolvere i propri problemi sessuali, non solo parlando, come farebbe un semplice sessuologo, ma anche praticando sesso a tutti gli effetti con i clienti. Ecco quindi entrare nel vivo della storia, Ben Lewin ci fa scoprire un modo diverso di concepire la nostra realtà, facendoci riflettere su quanto siamo fortunati ad avere una vita normale. La storia però non ha uno stile solo drammatico, nonostante il protagonista sia un diversamente abile che non ha la possibilità di fare le cose più semplici senza l'aiuto di qualcuno, ma, come succede spesso in film del genere (vedi Lo Scafandro e la Farfalla), il tono è spesso ironico e divertito, quasi un'ode alla gioia di vivere, nonostante sia un'esistenza “misera”.

In The Sessions ci sono tanti temi: ovviamente c'è il sesso e tutti i risvolti che esso comporta a livello di coppia, con i personaggi che raccontano al protagonista quella che tutti considerano la normalità; ma c'è anche tanta spiritualità e tante discussioni religiose, proprio intorno all'opportunità o meno di fare sesso con quella che non è che una prostituta, nonostante svolga un ruolo più nobile (del resto il migliore amico di O'Brien è il suo prete e confessore); e c'è soprattutto il tema universale dell'amore, a cui tutti gli esseri umani aspirano. Una pellicola che fa riflettere e che, una volta usciti dalla sala, lascia l'amaro in bocca, sia perché si crea subito una certa empatia con tutti i personaggi, sia perché alla fine si può imparare qualche cosa da un uomo che ha vissuto appieno ogni istante della sua vita, nonostante fosse bloccato su di un letto.

John Hawkes, che interpreta Mark O'Brien, e Helen Hunt, nel ruolo della donna surrogato, sono straordinari e regalano al pubblico una prova di recitazione ad livelli altissimi. Un film gradevole.  

domenica 6 gennaio 2013

POMI D’OTTONE E MANICI DI SCOPA: RECENSIONE


Dopo Mary Poppins c’è forse solo un altro film a tecnica mista che ancora sopravvive nelle feste natalizie di tutto il mondo: Pomi d'ottone e manici di scopa diretto nel 1971 da Robert Stevenson, prodotto dalla Walt Disney Productions e interpretato da Angela Lansbury e David Tomlinson.
Il film si basa in parte sui romanzi scritti durante la Seconda Guerra Mondiale da Mary Norton, ovvero Il magico pomo d'ottone ovvero, come diventare una strega in dieci facili lezioni e Falò e manici di scopa che uniti hanno dato vita a questo originale classico per famiglie. Pomi d'ottone e manici di scopa  racconta un episodio, romanzandolo, uno spiacevole episodio accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando il governo britannico aveva deciso di inviare i bambini e i ragazzi di Londra, nelle campagne, lontani dai bombardamenti tedeschi sulla capitale del regno. E proprio così comincia l’azione: tre bambini vengono inviati in campagna ed accolti nella casa di Miss Price, una aspirante strega, che ha deciso di fermare con una magia lo sbarco dei tedeschi sulle coste britanniche. Il film quindi mescola, forse come ancora non era mai successo prima al cinema, fatti realmente accaduti nella storia con fatti assolutamente inventati, che vogliono riscrivere la storia stessa (e il primo film che vi deve venire in mente in questo caso è proprio il finale di Bastardi senza Gloria di Quentin Tarantino).
Pomi d'ottone e manici di scopa, progetto pensato da Walt Disney negli anni ’60 e abbandonato solo dopo essere riuscito a strappare i diritti di Mary Poppins alla scrittrice Pamela Lyndon Travers (a proposito proprio su questo ultimo episodio sta per uscire Saving Mr. Banks!), ha anche vinto un Oscar per i Migliori Effetti Speciali ed in effetti anche dopo anni di distanza è incredibile che cosa siano riusciti a creare le geniali menti della Disney: scope e letti volanti, uomini che si trasformano in animali e quell’incontro dell’animazione con il live action che da troppi anni manca sugli schermi cinematografici di tutto il mondo.
Per quanto riguarda la versione italiana, c’è da dire che Lydia Simoneschi, voce della signora in giallo del piccolo schermo Angela Lansbury, dà al film quel calore familiare che ci si aspetta da un buon film natalizio. Da vedere ed apprezzare, soprattutto da grandi!

mercoledì 2 gennaio 2013

THE MASTER: RECENSIONE


PREMESSA: Questa recensione è stata scritta direttamente dal LIDO di Venezia, quindi sono passati un paio di mesi e non ho avuto il tempo di rivedere The Master, anche se dubito che cambierò idea. 

RECENSIONE: In molti avevano puntato tutto su The Master, nuovo lavoro del regista Paul Thomas Anderson, per la vittoria finale del Leone d’Oro a questa 69esima Mostra del Cinema di Venezia. Bastava solo dare uno sguardo al cast per dirlo: Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman e Amy Adams. Eppure c’è qualcosa che non va nella pellicola, tanto da far uscire lo spettatore dalla sala con l’amaro in bocca. In molti aspettavano (inutile negarlo) The Master per rivedere il regista ritornare dietro alla macchina da presa dopo Il Petroliere.

Se però il precedente film del regista trovava la sua forza in uno straordinario inizio e in una cruenta scena finale, con questo lavoro Anderson non riesce a trovare la stessa brillantezza in sceneggiatura, tanto che il film sembra solo un compitino ben svolto. In effetti dal punto di vista della regia, del montaggio, della colonna sonora, della fotografia è tutto ineccepibile; molti problemi invece possono essere riscontrati dal punto di vista della storia, che non ha alcuna forza e non riesce nemmeno a mettere un minimo di interesse allo spettatore. Leggendo la sinossi prima di recarsi al cinema si incorre nel rischio di aspettarsi un film sulle origini di Scientology, la mitica setta a cui appartiene anche Tom Cruise.

Ebbene il personaggio interpretato da Hoffman è effettivamente omonimo del fondatore di Scientology, L. Ron Hubbard, ma la setta non è mai nominata e viene semplicemente chiamata “la causa”. Pur seguendo lo schema de Il Petroliere con due personaggi principali che si confrontano/scontrano l’un l’altro, le vicende appaiono blande, emotivamente poco accattivanti, nonostante si cerchi di parlare di grandi temi come il rifiuto dell’autorità, la voglia di trovare un posto da chiamare casa e l’analisi introspettiva.

Si tratta insomma di uno di quei film che si possono considerare un’occasione mancata. Del resto tanto si poteva dire sul mondo delle nuove religione e poco, anzi pochissimo, si dice di questo mondo in The Master. La pellicola non è eccezionale, non c’è nulla che alla fine rimane dentro, come ad esempio una grande ripresa o un dialogo particolarmente interessante, che molto spesso si possono trovare in pellicole minori di grandi registi. 

Concludo il tutto con la MINIRECENSIONE pubblicata anche sulla pagina facebook Mini Movie Review e sull'account Instagram sempre di Mini Movie Review:

LO HOBBIT: UN VIAGGIO INASPETTATO - RECENSIONE


Postata anche su Voto10... 

Chiunque abbia amato la trilogia de Il Signore degli Anelli, dopo l’ultimo film aveva un pensiero: vedere trasportato sul grande schermo anche quel romanzetto che è Lo Hobbit, prequel di una delle saghe letterarie più amate di tutti i tempi. Ci sono voluti 8 anni dall’uscita in sala del terzo capito del Signore degli Anelli per far sì che Peter Jackson potesse realizzare il sogno di girare anche le avventure del giovane Bilbo Baggins. Sì, perché Lo Hobbit, come molti sapranno, altro non è che il racconto di come Bilbo abbia aiutato i nani a riconquistare il loro territorio e di come, sempre questo hobbit, abbia ritrovato l’anello del potere.
Peter Jackson, che all’inizio voleva solo essere produttore del film, si è ritrovato nuovamente a dover immergersi nello scenario incantato della Terra di Mezzo, per far diventare immagini quello che è da molti considerato il più bel romanzo per ragazzi del secolo scorso. Romanzo per ragazzi, appunto! Chi infatti va a vedere Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato deve partire fondamentalmente da questa premessa, perché quando J.R.R. Tolkien decise di scrivere le avventure di Bilbo aveva il cuore più leggero rispetto all’epopea de Il Signore degli Anelli. Del resto anche la bibliografia tolkeniana subisce una esclation: se Lo Hobbit è un romanzo per ragazzi, il Signore degli Anelli è un romanzo per adulti, mentre il Silmarillon, essendo mitopoietica, è un “romanzo” per studiosi letterari ed appassionati di Tolkien.
A Peter Jackon è quindi toccato l’ingrato compito di girare Lo Hobbit dopo aver affascinato il mondo con Il Signore degli anelli e quindi era quasi inevitabile che, chi si attendeva la stessa epicità della trilogia, sia rimasto deluso. Eppure Peter Jackson ha compiuto davvero dei miracoli: 1) è riuscito a fare di un libriccino, altri tre film e 2) è riuscito a rendere omogenei questa nuova trilogia con quella passata. Ciò che fa Peter Jackon e la sua fortissima squadra di collaboratori è molto semplice: riportarci indietro all’inizio de La compagnia dell’Anello, quando Bilbo Baggins ci sta spiegando cosa sono gli Hobbit e da lì, senza soluzione di continuità, inizia il nuovo racconto, con rimandi più o meno espliciti a ciò che succederà nel futuro (che noi già conosciamo!).
Peter Jackson poi non si è accontentato. Nel momento in cui Guillermo Del Toro ha abbandonato il timone della regia, Jackson ha sì accettato con entusiasmo ma ha deciso di rischiare, provando e mostrando al mondo che esiste anche una nuova tecnica per girare un film a 48 fotogrammi al secondo, quindi velocizzando la classica visione cinematografica di due volte, dato che convenzionalmente un secondo equivale a 24 frame. L’inizio è spiazzante. Che cosa sto vedendo, si potrebbe pensare. L’occhio di qualsiasi spettatore non è abituato a tanta frenetica al cinema e quindi si rimane davvero intontiti e si ha desiderio di abbandonare la sala. Ma questa sensazione di disagio, tipica di quando ci si trova di fronte a qualcosa che non si è mai vista, sparisce subito, quando l’occhio si abitua e quello che resta dentro è la meraviglia, forse (e vogliamo esagerare!) la stessa meraviglia che hanno avuto i primi cine-spettatori dei fratelli Lumiere. Con i 48 fotogrammi al secondo il 3D, tanto amato in questi ultimi anni dai registi, cambia completamente veste: da scuro diventa finalmente luminoso e rende il racconto cinematografico ancora più reale, vicinissimo alla percezione dell'occhio umano. La genialità di Peter Jackson sta forse anche in questo, nel rendere reale ciò che in realtà reale non è, dato che siamo pur sempre di fronte ad un film fantasy, genere che senza la trilogia de Il Signore degli Anelli, forse oggi non avrebbe tutto questo spazio né al cinema né nelle serie televisive.
Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato è un esperimento, una novità che è perfettamente riuscito. Il racconto può subire dei bruschi rallentamenti in molte parti, ma in fin dei conti come possiamo giudicare un lavoro ancora incompleto? Già perché non ci dimentichiamo che questo non è altro che il primo capitolo di una nuova saga che si concluderà solamente nell’estate del 2014. Quello che è certo è che, come per Il Signore Degli Anelli, dopo la trilogia de Lo Hobbit, Hollywood non sarà più la stessa!


E lasciamoci così... con la canzone dei titoli di chiusura, cantata da Neil Finn dal titolo "The Song of Lonely Mountain": 



Concludo il tutto con la MINIRECENSIONE pubblicata anche sulla pagina facebook Mini Movie Review e sull'account Instagram sempre di Mini Movie Review:



venerdì 14 settembre 2012

PIETA: RECENSIONE


Esci dalla sala e resti lì, senza parole, a cercare qualcosa da dire sul film che hai appena visto. Ecco la sensazione che lascia la nuova pellicola di Kim Ki-Duk, dal titolo Pieta, che ha vinto il Leone d'Oro alla 69esima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Il regista coreano, giunto al suo 18esimo film, così come ci annuncia nei titoli di testa, era atteso al varco dai cinefili di tutto il mondo, dato che le ultime sue prove cinematografiche non erano state all’altezza delle pellicole dell’inizio del Millennio, quelle (soprattutto Primavera, Estate, Autunno, Inverno… E ancora Primavera e Ferro 3) che hanno permesso a Kim Ki-Duk di farsi conoscere da tutto il mondo.

Con Pieta il regista ritorna proprio ai fasti di un tempo, quasi per urlare a tutti quelli che lo hanno criticato negli ultimi anni di essere ritornato, dimostrando, tra l’altro, di essere in splendida forma. Pieta non è un film facile. Pieta è un film dove la violenza regna sovrana. Pieta è il racconto di una società che basa tutto sui soldi, con i protagonisti che si chiedono solo una cosa: “Che cos’è il denaro?”. Pieta è una pellicola dove si ritrova tutto il cinema di Kim Ki-duk in nuce. Pieta è soprattutto un film, che vale la pena di guardare e forse anche di rivedere, per cogliere al meglio tutte le sfumature, le citazioni, i rimandi sparse qua e là dal regista coreano.

Il film racconta la storia di Kang-Do (Lee Jung-Jin), un uomo cinico e disincantato che lavora per uno strozzino. Gang-Do non ha famiglia, né amici e tanto meno scrupoli, soprattutto quando si tratta di reclamare il dovuto presso i debitori. Infatti chi non paga subisce una punizione corporale, in modo tale che lui può riscuotere i soldi dell’assicurazione e far saldare il debito. Un giorno, compare dal nulla una donna misteriosa (Jo Min-Su) che sostiene di essere sua madre. Raccontare altro di Pieta rischierebbe di rovinare la narrazione, dato che tutto è giocato su un ribaltamento della situazione, con un’ultima ora finale degna della suspence del miglior Hitchcock.

Il regista in questo lavoro non ha paura di sporcarsi le mani, anzi ha girato proprio in luoghi dove a regnare è lo squallore, con chiari riferimenti anche al carattere dei suoi personaggi, che non si pongono alcuno scrupolo per raggiungere il loro obiettivo. Emozionante ed intenso, Pieta entra direttamente nell’anima dello spettatore senza nemmeno chiedere il permesso di entrare, soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione di Jo Min-Su: da brividi. Un Leone d’Oro, per manifesta superiorità!

venerdì 31 agosto 2012

PARADIES GLAUBE ( PARADISE FAITH) – RECENSIONE


Dopo essere andato al Festival di Cannes con Paradies Love, il regista austriaco Ulrich Seidl ha presentato alla 69esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il secondo capitolo della trilogia sulle varie forme dell’amore, dal titolo Paradies Glaude (Paradise Faith). La terza opera, Paradies: Hoffnung (Paradise: Hope) per concludere il cerchio dei tre più importanti festival del mondo, sarà presentata alla prossima Berlinale (7 - 17 febbraio 2013). 

In questo secondo episodio il regista si concentra sull’amore/ossessione di una donna nei confronti della Chiesa Cattolica e dei suoi principi, seguiti con persistente fermezza. Anna Maria, tecnico radiologo, segue tutte le regole della religione cattolica con talmente tanta convinzione che si punisce ogni sera frustandosi per tutti i peccati davanti al crocifisso della sua camera da letto. La donna è totalmente presa da Gesù Cristo, il suo unico amore, tanto da volerlo far conoscere a tutto il mondo, andando di casa in casa con una statua della Madonna, nei momenti liberi dal lavoro, per cercare di convertire gli “infedeli”, ovvero gli immigrati che si sono trasferiti nella ormai ex cattolica Austria.

Paradies Glaube, nonostante si concentri su temi che possiamo considerare divini, dato che si parla di religione e spiritualità, rapporto tra le religioni e modo di vivere le religioni, rimane sempre legato ad un tema caro al regista: ovvero l’ossessione per il corpo. Certo è che ancora una volta Seidl non si concentra sui corpi perfetti dell’alta moda, ma porta sul grande schermo dei nudi sgraziati, brutti da vedere, quasi sempre ammalati e mai in piena salute. Sono corpi enormi, quasi mostruosi, che vogliono ancora di più riportare la narrazione solo a livello terreno, nonostante la protagonista sia letteralmente assillata dal cattolicesimo, tanto da arrivare a fare l’amore con il suo Gesù. Amore e sesso sono altri due ingredienti fondamentali del film; del resto la telecamera di Seidl riprende tutto senza inibizioni o censure, quindi non stupisce  nemmeno più di tanto un’orgia all’aria aperta a cui assiste l’integerrima Anna Maria.

L'opera però non convince in pieno, almeno rispetto al precedente lavoro. Quasi si potrebbe definire una pellicola sottotono, che stenta a decollare e quando lo fa per arrivare alla risoluzione sembra che ci si arrivi quasi troppo velocemente, senza che ci sia un reale motivo per cui il personaggio di Anna Maria alla fine si comporta in quel determinato modo. Pare incredibile, ma un film lento e di quasi due ore, forse avrebbe avuto bisogno di una scena in più per giustificare quella conclusione. Comunque rimane un lavoro interessante, che certamente convincerà i fan del regista, i quali ritroveranno anche in questo film i topoi della sua filmografia, mentre potrebbe non interessare a chi non ha mai visto nulla del regista austriaco.  

mercoledì 1 agosto 2012

CHE COSA ASPETTARSI QUANDO SI ASPETTA?: RECENSIONE


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Che cosa aspettarsi quando si aspetta? Tutte le donne si pongono questa domanda quando sono in dolce attesa. Ed ecco che era venuto loro in aiuto un libro, un manuale di “sopravvivenza” scritto da Heidi Murkoff, diventato in poco tempo negli States un best-sellers, dal quale è stato tratto questo omonimo film, diretto da Kirk Jones e scritto a quattro mani da Shauna Cross ed Heather Hach.

Il film si avvale di un cast eccezionale - basti solo pensare che sono della partitaCameron DiazJennifer LopezAnna Kendrick, per farsi un’idea di quanta attesa c’è intorno alla pellicola – ma non riesce a cogliere nel segno. Le potenzialità di Che cosa aspettarsi quando si aspetta sono ovviamente altissime, ma alla fine sembra più che altro che si sia preferito fare uno spot della durata di un film per far continuare a vendere copie al libro della Murkoff.

L’opera cerca di ironizzare sul tema della gravidanza, dando nuovi spunti di riflessioni e consigli alle coppie che devono affrontare l’arrivo di un figlio. Se a tratti la commedia romantica fa sorridere, in alcuni momenti il film appare noioso, eccessivamente ridondante e di poco interesse: uno di quei lavori che servono solo a far passare qualche ora senza pensare a nulla, ma che non rimarranno nella memoria cinematografica collettiva. Insomma vale sempre lo stesso teorema: puoi avere in squadra grandi campioni (in questo caso grandi attrici), ma se manca l’amalgama il campionato non puoi certamente vincerlo!

AMARO AMORE: RECENSIONE


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Un coraggioso film italiano. Amaro amore, opera prima di Francesco Henderson Pepe, è proprio questo: un film che affronta tematiche che molto spesso non trovano spazio nel nostro cinema o che sono rilegate solo sullo sfondo e utilizzate per suscitare ilarità nello spettatore. Il film racconta la storia di André e Camille, due fratelli che arrivano a Salina per ricercare la verità sul passato della loro madre. I due però si trovano catapultati in un universo diverso da quello reale, nell'incantato magico mondo ancestrale e selvaggio di Salina, dove il tempo ha altre regole rispetto a quelle a cui sono abituati e dove si ragiona e si vive in un microcosmo con regole immutate nei secoli. Il loro arrivo e la conoscenza con Santino romperà ogni vecchio equilibrio e i tre dovranno affrontare il passato, confrontarsi con il loro presente e aprirsi una strada verso il futuro.

Tralasciando la parte omosessuale del film, che non è certamente il tema predominante di Amaro amore anche se ad un occhio superficiale potrebbe sembrare così, il film racconta una storia di incomunicabilità dove niente è detto, con i personaggi che si muovono inconsapevoli di tutto. È proprio nel non detto che il film trova il suo senso e la sua forza e, nonostante il mondo raccontato dal regista appaia fuori da ogni tempo, possiamo ritrovarci uno dei punti più discussi della filosofia moderna, ovvero l' uomo che non riesce più a parlare, confrontarsi con i suoi simili, tendendo costantemente a isolarsi e a sfuggire dalle proprie emozioni. Del resto non bisogna dimenticare - e ce lo rammenta la voce fuori campo utilizzata ad inizio e fine film - che la storia raccontata è un ricordo ed è anche per questo che le singole scene appaiono come singoli quadri accostati uno all' altro senza una apparente logicità, come sono sempre i ricordi. È un viaggio nella memoria di Camille che ricorda un'estate a Salina e poco importa se i singoli episodi non sono avvenuti uno di seguito all'altro o in periodi diversi: lo spettatore è trascinato dentro il racconto ed è coinvolto nella solitudine dei personaggi, tanto da ricostruire le enormi ellissi temporali della sceneggiatura. Un buon lavoro, presentato anche al Festival di Mosca, dove ha ricevuto applausi e consensi.  

CHEF: RECENSIONE


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Il cinema francese, o meglio la commedia francese degli ultimi 10 anni, sta vivendo un periodo di grande splendore. Film come “Quasi Amici”, “Il mio miglior incubo” e “Per sfortuna che ci sei” – giusto per citare film passati recentemente in sala, dimostrano che in Francia sanno come far ridere lo spettatore, facendo anche riflettere e portando sullo schermo una comicità intelligente, che evita gli stereotipi e/o le gag comiche e volgari della nostr cinematografia. A questa schiera di pellicole francesi, possiamo aggiungere anche “Chef” di Daniel Cohen, che sbarcherà nelle sale italiane a partire dal 22 giugno prossimo. La pellicola ovviamente, come si può facilmente intuire dal titolo, racconta la storia di uno chef, Jean Reno, che non riesce a rinnovare il suo menù, rimanendo legato ad una cucina del passato, la quale non è più apprezzata dai critici culinari, appassionati ormai della moderna e poco sana cucina molecolare.

Alexandre Lagarde, questo il nome del protagonista, rischia quindi di perdere il suo ristorante, qualora dovesse perdere la mitica terza stella. A questo punto, gli eventi gli faranno incontrare un imbianchino, anche lui un cuoco raffinato, che però proprio per il suo essere troppo puntiglioso, non riesce a trovare un lavoro in un ristorante. Insomma i due, tra incomprensioni a causa dei loro caratteri esplosivi, insieme tenteranno di salvarsi a vicenda. Il film procede spedito fino alla risoluzione finale, senza troppi colpi di scena e con qualche scena davvero esilarante, ben lontana però dalla comicità ad esempio di “Fuori menù”, pellicola spagnola del 2008 di Nacho G. Velilla, anch’essa incentrata sul mondo dei fornelli. A salvare “Chef” ci pensano però i due attori protagonisti: Jean Reno, che non ha bisogno certo di presentazioni, e questo giovane comico Michaël Youn, nuova stella nascente del cinema francese, che nei prossimi anni certamente vincerà anche qualche premio a livello internazionale. Se volete andarlo a vedere al cinema, un consiglio: arrivate in orario, perché ci sono dei divertentissimi titoli di testa!

IL DITTATORE: RECENSIONE


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All’inizio fu “Borat”, giornalista medio orientale, e poi arrivò “Bruno”, stilista d’alta moda, e ora Sacha Baron Cohen indossa la barba lunga e si presenta nelle vesti di un despota nel suo nuovo film “Il dittatore”. E il comico torna con sarcasmo e la sua solita verve dissacratoria a criticare, ancora una volta, i rapporti che esistono tra il mondo arabo e il mondo occidentale, mettendo in luce e deridendo tutte le contraddizioni dell’uno e dell’altro. Anche in questo film, diretto da Larry Charles, Sacha Baron Cohen porta sul grande schermo dei personaggi e delle situazioni che sono assolutamente volgari, politicamente scorrette e di cattivo gusto.

Rimanendo in tema di terrorismo, “Il dittatore“ non è altro che un attentato al perbenismo, che prende di mira i  benpensanti, quelli che comunemente in Italia chiamiamo i moderati, strappando la risata in una esplosione di situazioni comiche e grottesche, superando molte volte il limite della decenza. Ovviamente la lettura che si può dare della pellicola è su più livelli. Se andate al cinema per la risata facile non rimarrete delusi, ma se andate oltre l’apparenza, nel lavoro di Sacha Baron Cohen potete trovare anche qualche cosa di più: riflessioni sull’attuale situazione mondiale, che fanno scattare inevitabilmente quel riso (ahinoi!) amaro. Con quest'ultimo lavoro, Baron Cohen ci fa dimenticare il poco riuscito "Bruno" e ritorna alle gag di "Borat", avvalendosi anche di un grande cast, con nomi del calibro di sir Ben Kingsley e Anna Faris, che qui interpreta la bella di turno con tanto di ascelle pelose.

Se non siete tra quelli che si scandalizzano a vedere un cinema dissacratorio e soprattutto non storcete il naso se un dittatore arabo gioca ad "ammazza l'ebreo" in un gioco per la Nintendo Wii chiamato "Olimpiadi di Monaco '70" (uno dei momenti più trash in assoluto, ma anche uno dei più geniali della pellicola!) allora non dovete far altro che attendere l'uscita in sala del film, altrimenti è meglio per voi rimanere lontani da quest'ultima fatica cinematografica del comico inglese.  

ROMAN POLANSKI, A FILM MEMOIR: RECENSIONE


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Finito il film, “Roman Polanski: a film memoir”, quello a cui si pensa è molto semplice: “Nel bene o nel male: che vita straordinaria!” E sì, perché Roman Polanski, volente o nolente, ha davvero vissuto una vita fuori dal comune, che ha inevitabilmente condizionato anche il suo modo di fare cinema e di approcciarsi alla settima arte. Il documentario inizia proprio nel momento in cui Roman Polanski viene arrestato in Svizzera nel 2010, mentre si stava recando al Festival di Zurigo per ritirare un premio. L’arresto, come sapete, è avvenuto per un fatto del 1977, quando il regista confessò alle autorità di aver fatto sesso con una minorenne. Da allora, nonostante la galera negli States durante gli anni ’70, Polanski non ha più potuto mettere piede nel paese a stelle e strisce e vive in esilio in Europa.

In “Roman Polanski: a film memoir” il regista si racconta in una lunga intervista, intervallata da spezzoni dei suoi film, fotografie di famiglia e video storici della seconda guerra mondiale, all’amico Andrei Brausberg, nella usa casa di Gstaad dove per 8 mesi è rimasto agli arresti domiciliari. Il documentario ovviamente celebra la figura del regista, ripercorrendo tutta la sua esistenza, dalla drammatica infanzia, vissuta nel ghetto di Cracovia sotto il dominio nazista, alle prime partecipazioni nei film, fino alle tragedie personali, come la morte della moglie per mano di uno squilibrato o la condanna per lo stupro della minorenne; il tutto ovviamente raccontato delle curiosità su come sono nate molte scene delle sue opere, quasi tutte nate da fatti realmente accaduti.

Il film è quello è: ovvero una sorta di celebrazione pre-morte, di un uomo che ha dato tanto al cinema e che ha pagato caro il prezzo della popolarità dato che ha vissuto sempre sotto la luce dei flash dei paparazzi. Certo “Roman Polanski: a film memoir” è anche un capo d’accusa contro chi “si accanisce” ancora contro il regista; spesso con ironia e battute sagaci infatti si coglie il risentimento di un uomo che si sente perseguitato.

SANDRINE NELLA PIOGGIA: RECENSIONE


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Tonino Zangardi torna dietro la macchina da presa per dirigere un noir sentimentale, che ha come tema fondamentale quello dell’ossessione. “Sandrine nella pioggia” è infatti un film che racconta di un ex poliziotto, Leonardo, che durante una rapina a una banca e nel tentativo di fermare i banditi di turno colpisce e uccide accidentalmente una giovane donna. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre, perché decide di non rimanere più in prima linea, ma di cominciare un nuovo lavoro seduto ad una scrivania. La sua vita però subirà una svolta decisiva quando incontrerà la ragazza che dà il titolo all’intero film di Tonino Zangardi, Sandrine, che porta con sé un segreto e che finirà per farlo innamorare. Ossessionato dalla ragazza, Leonardo si farà coinvolgere in tutti i suoi “loschi” piani.

Più sentimentale che noir, il film si avvale di un cast maschile eccezionale, capitanato da Adriano Giannini, che riesce a far dimenticare le forzature e a volte le mancanze a livello proprio di sceneggiatura (pecca di tutto il cinema italiano!). La pellicola regala comunque allo spettatore quella sensazione di mondo immerso nelle tenebre, quasi da far mancare l’aria, cercando sempre scenari il più claustrofobici possibili. C’è da dire infatti che se a volte la storia slitta verso binari troppo semplicistici e che vogliono solo ribaltare la situazione con (prevedibili) effetti a sorpresa, la fotografia di Giovanni Mammolotti rimane costante e sempre impeccabile per tutta la durata della pellicola. “Sandrine nella pioggia” rimane comunque una piccola novità nel mondo del cinema italiano, dato che ormai tutti quanti siamo abbastanza stanchi delle solite commediole: finalmente qualcuno che ha il coraggio di portare sul grande schermo qualche cosa di nuovo

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