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sabato 1 settembre 2012

THE WEIGHT: RECENSIONE


Film difficile, scioccante, e per palati estremamente raffinati, quello passato al Festival di Venezia, dal titolo The Weight del regista coreano Jeon Kyu-hwan e presentato nella sezione Giornate degli autori. Già solo proponendo un po’ di trama si capisce quanto sia difficile il film del regista coreano. Il protagonista è nato con la gobba e abbandonato in un orfanotrofio, Jung è stato adottato da una donna che lo tiene nascosto in una soffitta e lo usa solo come uno schiavo nel suo negozio d'abbigliamento. La matrigna ha anche un figlio con il quale Jung ha un rapporto di odio e amore. Diventato adulto, Jung lavora presso l'obitorio, con il compito di ricomporre i cadaveri. L’uomo deve prendere medicine in dosi massicce per combattere la tubercolosi e l'artrite, mentre cerca di aiutare il fratello che ha deciso di cambiare sesso.

Basta guardare i tre protagonisti per capire che siamo di fronte ad una rivisitazione in chiave moderna ed in chiave orientale di uno dei romanzi più importanti d’Europa, ovvero Notre Dame de Paris di Victor Hugo. Si tratta di un lavoro delicato, dove non c’è bisogno di tante parole, perché la composizione delle singole scene fanno ritornare alla mente le parole che tutti gli appassionati di cinema si ripetono quando parlano di un grande film, ovvero il “racconto-per-immagini”.

La pellicola, in concorso per il Queer Lion, procede lenta con immagini creunte che possono essere e i cadaveri e le scene di sesso, mostrate senza inibizioni e che ci fanno capire come l’idea di intimità orientale sia avulsa dal nostro mondo e dalla nostra forma mentis. Il mostro, il diverso e la crudeltà del giudizio dell’occhio della persone “normali”, ovvero tutti i temi già trattati nel celebre romanzo di Victor Hugo, sono riproposti anche in The Weight, che riesce a coinvolgere ed emozionare lo spettatore che coglie l’inquietudine e l’angoscia dei personaggi, grazie anche agli sguardi penetranti degli attori protagonisti, che non lasciano indifferenti. Anche il tema dei transgender, molto spesso utilizzato al cinema solo per il suo lato “funny”, mentre Jeon Kyu-hwan vuole riportarlo il tutto sul lato umano, riuscendo a mostrare la tragicità di chi non si sente inadeguato ogni singolo istante della sua vita perché vive in prigione. Ed in prigione in effetti vivono tutti i personaggi della storia, che vorrebbero fuggire da loro stessi, ma che non ci riescono, se non nella immobilità della morte, proprio perché liberi finalmente da se stessi.

Certamente non sentirete molto parlare in giro di The Weight, vincitore tra l'altro Queer Lion, ma qualora vi siate imbattuti in questo articolo, il consiglio è quello di cercarlo da qualche parte (STREAMING!!!) e di vederlo.

martedì 9 novembre 2010

BROTHERHOOD: RECENSIONE


L’amore ai tempi del… neonazismo! Ecco un sottotitolo perfetto (parafrasando uno dei narratori più grandi del Novecento) per “Brotherhood - Fratellanza”, pellicola del regista italo-danese Nicolo Donato, che arriva dalle fredde terre del nord Europa vincendo nel 2009 il Marc'Aurelio d'Oro come Miglior Film al Festival del Film di Roma. Quello che il regista porta sulloschermo è una meravigliosa storia d’amore - che sia omosessuale poco importa ai fini della narrazione - in una situazione assolutamente eccezionale: all’interno di un gruppo neonazista. Con questa pellicola vi addentrerete nei meandri della becera ideologia del neo fascismo, scoprendo, grazie alle accurate ricostruzioni, come agiscono e si muovono questi gruppi nella nostra società. Non c’è la volontà, da parte di Donato, di criticare l’operato e l’ideologia della nuova destra, quello che più interessa al giovane regista è scavare a fondo la psicologia dei suoi due personaggi: Jimmy, carismatico capogruppo, e Lars, il nuovo adepto. La narrazione scorre piacevole e non scade mai nel banale, allontanandosi ed evitando gli inutili stereotipi dell’omosessuale o del nazista. L’amore in questo caso è davvero la forza che spinge ad agire, a lottare per ritrovare la propria identità all’interno di una strana situazione, in cui Jimmy e Lars sono vittime e carnefici. Se sperate di andare a vedere un “Brokeback Mountain” all’europea siete completamente fuori strada: “Fratellanza” è tutt’altro. La sceneggiatura scorre limpida e senza sbavature, non esagerando mai, riuscendo a far accettare allo spettatore le più brutali situazioni. La necessità di mantenere la segretezza del rapporto per Jimmy e Lars è di fondamentale importanza per non perdere il senso di appartenenza. L’inizio del film è la perfetta riprova di quello che succederà in seguito: un pestaggio ai danni di un ignaro giovane omosessuale. A lasciare senza fiato è soprattutto la stupenda fotografia, soprattutto nelle scene di sesso. Donato riesce a far salire l’interesse grazie ad un uso sapiente della suspence, rivalorizzando quindi uno degli elementi che dovrebbe essere cardine di ogni buon film (o anche solo scena). La crudezza, la barbaria, i comportamenti beceri sono il contro altare perfetto per una meravigliosa storia d’amore, nel mondo oscurato e oscurantista della modernità. Da vedere!, qualora riusciate a trovare una sala che lo proietti.

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