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mercoledì 23 gennaio 2013

QUARTET: RECENSIONE

Postato anche su Voto10... 

Cecily, Reggie e Wilfred sono tre anziani cantanti d’opera che vivono a Beecham House, una casa di riposo per artisti, e vogliono organizzare il consueto concerto annuale, di raccolta fondi per la loro residenza, che si svolge in occasione del compleanno di Verdi. L’equilibrio sarà sconvolto dall’arrivo di Jean, ex moglie di Reggie, che si crede ancora una diva e si rifiuta di cantare. Ecco la storia con cui si confronta Dustin Hoffman per la sua prima volta da regista nella sua opera prima dal titolo “Quartet”.
Da anni sulla scena mondiale in qualità di attore, Dustin Hoffman convince anche nella sua prima alla regia, regalando agli spettatori una pellicola che è un’ode alla gioia di vivere, sfruttando fino in fondo ogni istante che ci è concesso su questa terra. A rendere davvero divertente la commedia ci pensando soprattutto i quattro protagonisti, pennellati alla perfezione in sceneggiatura, a cui è impossibile non affezionarsi, ognuno con un carattere e soprattutto con difetti contraddistinti che portano le situazioni ad essere ricche di humor, facendo riflettere senza scadere mai nella becera retorica.
Alla fine, Hoffman mette insieme un parterre de roi, dirigendo Maggie Smith, Albert Finney, Tom Courtenay, Billy Connolly e Pauline Collins, per un film che, pur non lasciando il segno, vale la pena di andare a vedere, giusto per distarsi e pensato più che altro per un pubblico specifico: amante della buona musica e in avanti con gli anni.
“Quartet”, che ha aperto lo scorso novembre la 30esima edizione del Torino Film Festival, arriva nelle sale italiane il 24 gennaio prossimo. 

sabato 5 gennaio 2013

MAGIC MIKE: RECENSIONE


Quando si parla di luoghi e/o situazioni in cui il sesso la fa da padrone, cadere nella becera retorica è davvero facile. Eppure Steven Soderbergh riesce, grazie alla sua capacità di guardare al mondo in maniera sempre oggettiva, a raccontare in Magic Mike un mondo, quello dello streaptease maschile, senza cadere in inutili moralismi, che avrebbero certamente rovinato la pellicola. Tre star di Hollywood del calibro di Channing Tatum, Matthew Counaughey e Alex Pettyfer costantemente semi nudi e che ammiccano alle telecamere per quasi due ore di film: è così che il regista decide di realizzare un’opera che parla del corpo maschile, tralasciando infatti la sceneggiatura, che è solo uno spunto per mostrare allo spettatore un mondo che ancora non ha trovato molto spazio sul grande schermo. 

Di giorno, Mike è un affascinante imprenditore in cerca di successo, di notte è la stella di un locale di striptease gestito da Dallas. Mike prende sotto la sua ala protettiva Adam, soprannominato The Kid, e gli insegna l'arte dello spogliarello, del rimorchio e dei soldi facili. Ispirato alla vera storia di Channing Tatum, che a 19 anni si è davvero ritrovato ad essere uno spogliarellista, il film ruota proprio intorno all’attore, che dimostra in definitiva di non essere solo uno dei tanti bellocci di Hollywood, ma di saper recitare ed anche abbastanza bene. Soderbergh ha cucito proprio attorno a Channing Tatum tutto Magic Mike e forse senza la collaborazione tra i due questa pellicola non avrebbe avuto motivo di esistere. Il film è tutto uno spettacolo, nel senso che sono proprio gli spettacoli, i balletti, le mosse degli attori a rendere interessante Magic Mike.

Si tratta di un film dove i corpi statuari degli attori ha la meglio su tutto il resto, tanto che, una volta usciti dal cinema, si auspica che Soderbergh si dedichi sempre a queste opere “poco impegnative”, dato che fa uscire fuori il meglio di sé, rispetto ai lavori “più seri”. Certo siamo ben lontani dalla filosofica perfezione di Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, ma c'è da apprezzare il tentativo di aver voluto mettere in mostra, pur non osando mai troppo, il corpo maschile, che spesso al cinema rimane sempre troppo coperto rispetto al corrispettivo femminile. 

giovedì 13 dicembre 2012

THE WORDS: RECENSIONE


The Words, film d'esordio degli sceneggiatori Brian Klugman e Lee Sternthal, presentato al Sundance Film Festival, è una pellicola che si concentra sul tema della narrazione, ovvero una riflessione su uno dei lavori più antichi del mondo: il cantastorie, e non importa che tipo di storia si stia raccontando (dramma o commedia) o quale sia il mezzo scelto per raccontare (schermo o pagina di un libro). Con The Words scopriamo che da sempre una delle necessità dell'uomo è quella di raccontare storie, perché il genere umano si nutre da sempre di loro sin dalla notte dei tempi.

Clay Hammond è un celebre scrittore corteggiato da una seducente dottoranda che vorrebbe carpire quale verità si cela dentro e dietro il suo romanzo. Avvicinato durante una lettura pubblica, Clay si limita a confessare i primi capitoli del libro introducendo la vita del suo personaggio: Rory Jansen, che si sogna scrittore e sogna di scrivere il romanzo della vita. Alla fine l'ispirazione arriverà grazie ad una vecchia valigia ventiquattrore. Rory pubblica il suo romanzo e raggiunge il successo, ma un vecchio signore rivendica la paternità del libro e della storia che tutto il mondo sta ammirando.La dottoranda quindi ha intenzione di scoprire se il successo di Clay è legato inesorabilmente ad una storia simile a quella di Rory. Lei è convinta che Rory e Clay sono la stessa persona.

The Words è tutto incentrato sull'esigenza di ognuno di noi nel voler comunicare, lasciare un'impronta di noi tramite le nostre storie. Insomma è un film costruito tutto sulle parole, che sono la cornice e la parte centrale della narrazione. I livelli narrativi si confondono e i personaggi principali potrebbero essere in effetti tutti e tre la stessa persona, anche se questo mistero è da scoprire in sala. Del resto, ciò che non è chiaro è quel è la realtà e quale è la finzione: ma si sa, dal momento che un'avventura della vita diventa un racconto è inevitabile che venga romanzata.

Questa pellicola non ha avuto un grande successo di pubblico negli Stati Uniti, ma è stata apprezzata sia dal pubblico che dalla critica, anche per merito dell'interpretazione di Bradley Cooper e Jeremy Irons.

giovedì 6 dicembre 2012

THE LIABILITY: RECENSIONE


Ritorna a Torino, e di nuovo in concorso, il regista britannico Craig Viveiros, che presenta il suo terzo film da regista The Liability. Dopo avere partecipato l'anno scorso al Torino Film Festival con Ghosted, film carcerario, e dopo l'onirico Lost in Italy, il regista torna sul grande schermo con un noir a tinte pulp, dove si tenta di trovare uno spiraglio di speranza, in una storia in cui c'è poco da sperare.

Il film inizia con un diciannovenne che viene spedito dal malavitoso patrigno a fare da autista ad un sicario silenzioso, famoso per essere meticoloso nel suo lavoro di assassino. L'intento del patrigno è chiaro: far imparare al giovane i rudimenti del mestiere, in una sorta di Training Day alla rovescia. Sì, perché come si può ben immaginare il giovanotto non deve imparare a servire la legge, ma a sfuggirle, diventando magari un giorno un malavitoso. La pellicola, scritta da John Wrathall, subisce una svolta quando una donna irrompe sulla scena, deviando il racconto su binari inattesi per lo spettatore.

Si tratta di un film di poche parole, dove finalmente si ritrova il gusto di quello che è il cinema, ovvero racconto per immagini, considerando anche che l'imperturbabile killer, interpretato da uno straordinario Tim Roth, è laconico di battute, oltre che di insegnamenti. The Liability è un'opera crepuscolare, dalle atmosfere malinconiche, che trova la sua forza soprattutto in un ottimo black humor, in perfetto stile britannico, che piacerà molto a chi ama scherzare con la morte.

L'opera pecca sul finale: troppo speranzoso, per personaggi e luoghi che sembrano non avere mai, durante la diegesi del racconto, la possibilità di salvarsi.  

giovedì 29 novembre 2012

SHELL: RECENSIONE


Shell di Scott Graham, film presentato in concorso al 30 Festival di Torino, è un film doloroso ed assolutamente delicato in cui la fanno da padrone i due protagonisti. Ambientato in una pompa di benzina, in uno sperduto paesino delle Highlands scozzesi, un padre e una figlia cercano di barcamenarsi, tentando almeno di sopravvivere. Film di silenzi, di pochi incontri casuali, d'attrazioni inconfessate ed inconfessabili su sguardi impietriti: ipnotizza! La ragazza diciassettenne, interpretata da Chloe Pirrie, sogna la fuga, da questo luogo di isolamento, che però sembra ipnotizzare personaggi (ed anche lo spettatore!), rendendoli inermi all'azione.

Shell è un film drammatico, che procede lento, concentrandosi sulla psicologia dei due protagonisti, dove accade davvero poco o nulla, ma tutto ciò appare sotto una luce sinistra, con la tensione che sale scena dopo scena, a causa di un abbraccio, un bacio o un regalo di troppo. Il mistero avvolge questa semplice pellicola che lascia in bocca un sapore di inquietudine, anche grazie alle immagini pittoriche che servono solo per aggravare la disperazione della protagonista, alla disperata ricerca di una salvezza che sempre non poter arrivare mai. In Shell il mondo appare (anzi è) inerme, immobile, una prigione, con il regista che riesce nel suo intento: coinvolgere e sconvolgere lo spettatore!

domenica 25 novembre 2012

UNA NOCHE: RECENSIONE


Una Noche, passato per la Berlinale 2012 e film vincitore al Tribeca Film Festival, è l'opera prima della sceneggiatrice Lucy Mulloy, che evoca nel suo lavoro le magiche atmosfere vibranti di una vivacissima Avana, capitale di Cuba, presentata anche in Concorso al Torino Film Festival. La storia ruota intorno alla vita di due fratelli Lila (anche voce fuori campo della narrazione) che si veste come un ragazzino ed è scontrosa, ed Elio il suo opposto, pieno di vita e speranzoso. Quando Elio diventa amico di Raul, comincia a progettare la fuga. Il sogno di Elio e Raul è quello di tutti i cubani raggiungere Miami, con un pericolosissimo viaggio attraverso l’oceano. Il tenero Elio, che guarda all'intraprendente Raul (quasi con sguardo innamorato), è il contraltare perfetto per il pragmatismo disilluso di Lila.

Lucy Molloy racconta una storia di formazione ostinata e dolorosa, segnata dalla voglia di libertà e girata, sullo sfondo di una Cuba sensuale, che oscilla tra morbosità e vitalità. La pellicola sprigiona una energia inquieta, in perfetta sintonia con i caratteri dei tre protagonisti. Si tratta di un film impulsivo, come si può essere impulsivi durante la giovinezza. Ovvio che la regista mette in scena anche le inquietudini dei tre protagonisti, desiderosi di emigrare verso il loro paradiso, con un tono che però non disdegna quello della commedia. Ci sono infatti delle osservazioni tristemente ironiche durante il film, che mostra anche uno spaccato della vita sull'isola caraibica, con la sua cultura sessualmente sfrenata, con la degradazione sociale con non è l'eccezione, ma la norma.

Una Noche però riesce anche ad intenerire il cuore, nonostante sia un racconto crudo e crudele, che si mantiene sempre nei limiti della plausibilità, non sfociando mai nell'impossibile. La narrazione è sottolineata da un'ottima colonna sonora, che sorprende per il modo in cui accompagna le (dis)avventure dei tre protagonisti.

Una Noche è un film low-budget, che dimostra che non servono grandi produzioni per realizzare un buon film, ma ciò che è necessario è una buona idea per una storia, pur semplice e non necessariamente originale nel soggetto.  

lunedì 12 novembre 2012

MARFA GIRL: RECENSIONE


C'è tutto Larry Clark nel film Marfa Girl presentato ieri al Festival del cinema di Roma 2012. I temi e le ossessioni, tipiche del cinema del regista, sono riproposti punto per punto in Marfa Girl. I film, ambientato a Marfa cittadina a 60 km dal confine messicano in Texas, segue le vicende del sedicenne Adam, che sta scoprendo le gioie del sesso. Come sempre il regista indaga i conflitti morali, religiosi, adolescenziali, dell'immigrazione, delle tensioni socioconomiche e dei loro effetti sui giovani, che vivono nei piccoli centri americani soprattutto di periferia.

La pellicola insomma riporta sul grande schermo quello che il regista aveva già raccontato in Ken Park: l'omosessualità repressa nel macho men; la ragazza fin troppo disinibita che parla e fa sesso con chiunque abbia voglia, finendo addirittura in un triangolo; ragazze madri; e soprattutto ragazzini che stanno crescendo ed hanno voglia di godere in tutti i modi possibili, passando con facilità dalla droga al sesso.

Il provocatorio fotografo prestato al cinema Larry Clark però questa volta con Marfa Girl realizza un film minore, perché se con Kid e Ken Park aveva colpito nel segno, questa volta sembra solo una riproposizione della stessa materia, che ormai ha preso forma e non sconvolge il pubblico nemmeno più di tanto. Se la forza degli altri film erano i protagonsiti questa volta Larry Clark ha raccontanto dei personaggi fin troppo superficiali, che a volte hanno dei comportamenti in contrasto tra loro. Un buon lavoro che sicuramente piacerà agli amanti del lavoro di Clark. 

lunedì 10 settembre 2012

L'HOMME QUI RIT - RECENSIONE


Per chiudere la 69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica Venezia, Baratta ha scelto il nuovo film di Jean-Pierre Améris dal titolo L’Homme qui rit, tratto dall’omonimo romanzo di Victor Hugo scritto nel 1869. Il film si avvale di un cast di attori francesi eccezionali sui quali capeggia uno straordinario Gérard Depardieu, affiancato da Emmauelle Seigner e Marc-André Grondin.

Il film racconta la storia di Ursus, un uomo di spettacolo, nella sua roulotte raccogliere due orfani persi nella tempesta: Gwynplaine, un ragazzo con il volto segnato da una cicatrice a causa della quale sembra che rida sempre, e Dea, una ragazza cieca. Pochi anni dopo, danno uno spettacolo in cui Gwynplaine è la stella. Ovunque si spostino, la gente vuole vedere il loro spettaocolo, 'L'uomo che ride', e dovunque c'è l'uomo che ride, arriva la folla. Questo successo apre le porte della fama e della ricchezza al giovane e lo allontana dalle sole due persone che lo hanno sempre amato per quello che è: Dea e Ursus. Jean-Pierre Améris porta sul grande schermo un personaggio principale che ricorda molto da vicino un mix tra il Corvo, il Joker e Edward Mani di Forbice; insomma qualche cosa di già visto al cinema, che però buca lo schermo.

Se per il film di apertura infatti si era scelto una storia moderna con The Reluctant Fundamentalist, per la chiusura la mostra si immerge in atmosfere ottocentesche, con una ambientazione che ricorda molto da vicino, considerando anche l’autore che ha scritto il romanzo, le varie trasposizioni cinematografiche de I Miserabili, di cui uscirà a breve una nuova versione diretta da Tom Hooper. Il film di Jean-Pierre Améris è una favola barocca, quasi tutta girata in interni, che si avvale di una sceneggiatura brillante e di una interpretazione all’altezza della struggente storia raccontata da Hugo. Emozionante!

venerdì 3 agosto 2012

TWIXT: RECENSIONE


Postato anche su Film4Life... e premetto che è uno dei miei film preferiti in ASSOLUTO... sicuro in una TOP 50!!!

Quando un grande regista decide di sperimentare è sempre uno spettacolo. Non fa eccezione nemmeno il nuovo lavoro del grande maestro Francis Ford Coppola, che per la prima volta si cimenta nella realizzazione di una pellicola in cui è presenta un uso (moderato e sapiente) della (stra)abusata tecnica del 3D. Con "Twixt", film di chiusura insieme ad Albert Nobbs di questa 29esima edizione del Torino Film Festival, il registra Francis Ford Coppola ci accompagna in un mondo fatto di vampiri, streghe e atmosfere da romanzi horror di metà Ottocento.

Non è un caso il riferimento al secolo della decadenza dato che il protagonista, uno scrittore da due soldi, interpretato da Val Kilmer, trova in Edgar Allan Poe la sua guida per risolvere un caso di omicidio. Allan Poe in versione virgiliana, che accompagna il protagonista di "Twixt" verso la redenzione, come il sommo poeta latino ha fa nella Divina Commedia con Dante Alighieri.

Da sottolineare subito che non si tratta di un film in 3D. Le scene che utilizzano la tecnologia degli occhialetti sono solo due e Francis Ford Coppola per avvertire il suo spettatore di indossare gli occhiali utilizza una tecnica metacinematografica che poteva venire in mente solo ad un genio della settima arte. La storia è avvincente ed appassionante e si avvale di un cast che si cala perfettamente nelle atmosfere dark della pellicola.

Ovviamente una menzione speciale va dedicata ad Elle Fanning, la nuova diva nascente di Hollywood, che con il suo fascino etereo, è semplicemente straordinaria in ruoli demoniaci. La storia è oniricamente ispirata, con una sceneggiatura sapientemente articolata. L'unica cosa che c'è da augurarsi è che il film invada presto le sale italiane. Del resto quella di Torino di oggi è un'anteprima europea. 

mercoledì 1 agosto 2012

TITANIC 3D: RECENSIONE


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L’effetto, dopo aver rivisto al cinema “Titanic”, anche se in 3D, è sempre lo stesso: emozioni allo stato puro. Chi ama la settima arte infatti non potrà certamente perdersi al cinema il ritorno di uno dei film che ha incassato di più nella storia del cinema. La pellicola di James Cameron con Kate Winslet e Leonardo DiCaprio ritorna al cinema per celebrare il centenario del naufragio più celebre nella storia della navigazione.

Sono passati però ben 15 anni, era il dicembre del 1997, da quando per la prima volta Rose DeWitt Bukater e Jack Dawson facevano la loro comparsa nella storia del cinema. Nel 2012, James Cameron ha deciso di trasformarli, regalando loro la tanto agognata terza dimensione, che è la moda dell’ultimo momento ad Hollywood. La magia del film rimane intatta, ma si può azzardare che il 3D è assolutamente inutile, dato che non aggiunge nulla al film, anzi fa perdere la nitidezza delle immagini, scurendole. Aggiungiamoci anche che non è il miglior 3D realizzato da Cameron, dato che molte volte i personaggi appaiono “trasparenti”.

Nonostante il 3D però grazie al “Titanic” si ritorna indietro nel tempo. Anche guardando la computer grafica utilizzata nel film, sembra davvero di trovarsi nella preistoria del cinema digitale, considerando la perfezione raggiunta negli ultimi anni. Sorriso e malinconia che si confondono: è anche questo il Titanic.

Inutile dire che vedendo il film ognuno di voi penserà a com’era 15 anni fa ed è anche inutile negare che la pellicola sarà soprattutto vista di nuovo al cinema dai teen-agers del 1997. Infatti anche se Cameron ha dichiarato più volte di aver portato di nuovo alla luce il relitto del Titanic per i nati dopo il 1990, è quasi impossibile pensare che orde di 14enni del 2012 si rechino in sala per vedere un giovanissimo Leonardo DiCaprio. Un film da consigliare a tutti, se non altro per rivedere ancora una volta sul grande schermo il primo ed ultimo viaggio della nave dei sogni. 

CHEF: RECENSIONE


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Il cinema francese, o meglio la commedia francese degli ultimi 10 anni, sta vivendo un periodo di grande splendore. Film come “Quasi Amici”, “Il mio miglior incubo” e “Per sfortuna che ci sei” – giusto per citare film passati recentemente in sala, dimostrano che in Francia sanno come far ridere lo spettatore, facendo anche riflettere e portando sullo schermo una comicità intelligente, che evita gli stereotipi e/o le gag comiche e volgari della nostr cinematografia. A questa schiera di pellicole francesi, possiamo aggiungere anche “Chef” di Daniel Cohen, che sbarcherà nelle sale italiane a partire dal 22 giugno prossimo. La pellicola ovviamente, come si può facilmente intuire dal titolo, racconta la storia di uno chef, Jean Reno, che non riesce a rinnovare il suo menù, rimanendo legato ad una cucina del passato, la quale non è più apprezzata dai critici culinari, appassionati ormai della moderna e poco sana cucina molecolare.

Alexandre Lagarde, questo il nome del protagonista, rischia quindi di perdere il suo ristorante, qualora dovesse perdere la mitica terza stella. A questo punto, gli eventi gli faranno incontrare un imbianchino, anche lui un cuoco raffinato, che però proprio per il suo essere troppo puntiglioso, non riesce a trovare un lavoro in un ristorante. Insomma i due, tra incomprensioni a causa dei loro caratteri esplosivi, insieme tenteranno di salvarsi a vicenda. Il film procede spedito fino alla risoluzione finale, senza troppi colpi di scena e con qualche scena davvero esilarante, ben lontana però dalla comicità ad esempio di “Fuori menù”, pellicola spagnola del 2008 di Nacho G. Velilla, anch’essa incentrata sul mondo dei fornelli. A salvare “Chef” ci pensano però i due attori protagonisti: Jean Reno, che non ha bisogno certo di presentazioni, e questo giovane comico Michaël Youn, nuova stella nascente del cinema francese, che nei prossimi anni certamente vincerà anche qualche premio a livello internazionale. Se volete andarlo a vedere al cinema, un consiglio: arrivate in orario, perché ci sono dei divertentissimi titoli di testa!

ROMAN POLANSKI, A FILM MEMOIR: RECENSIONE


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Finito il film, “Roman Polanski: a film memoir”, quello a cui si pensa è molto semplice: “Nel bene o nel male: che vita straordinaria!” E sì, perché Roman Polanski, volente o nolente, ha davvero vissuto una vita fuori dal comune, che ha inevitabilmente condizionato anche il suo modo di fare cinema e di approcciarsi alla settima arte. Il documentario inizia proprio nel momento in cui Roman Polanski viene arrestato in Svizzera nel 2010, mentre si stava recando al Festival di Zurigo per ritirare un premio. L’arresto, come sapete, è avvenuto per un fatto del 1977, quando il regista confessò alle autorità di aver fatto sesso con una minorenne. Da allora, nonostante la galera negli States durante gli anni ’70, Polanski non ha più potuto mettere piede nel paese a stelle e strisce e vive in esilio in Europa.

In “Roman Polanski: a film memoir” il regista si racconta in una lunga intervista, intervallata da spezzoni dei suoi film, fotografie di famiglia e video storici della seconda guerra mondiale, all’amico Andrei Brausberg, nella usa casa di Gstaad dove per 8 mesi è rimasto agli arresti domiciliari. Il documentario ovviamente celebra la figura del regista, ripercorrendo tutta la sua esistenza, dalla drammatica infanzia, vissuta nel ghetto di Cracovia sotto il dominio nazista, alle prime partecipazioni nei film, fino alle tragedie personali, come la morte della moglie per mano di uno squilibrato o la condanna per lo stupro della minorenne; il tutto ovviamente raccontato delle curiosità su come sono nate molte scene delle sue opere, quasi tutte nate da fatti realmente accaduti.

Il film è quello è: ovvero una sorta di celebrazione pre-morte, di un uomo che ha dato tanto al cinema e che ha pagato caro il prezzo della popolarità dato che ha vissuto sempre sotto la luce dei flash dei paparazzi. Certo “Roman Polanski: a film memoir” è anche un capo d’accusa contro chi “si accanisce” ancora contro il regista; spesso con ironia e battute sagaci infatti si coglie il risentimento di un uomo che si sente perseguitato.

SANDRINE NELLA PIOGGIA: RECENSIONE


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Tonino Zangardi torna dietro la macchina da presa per dirigere un noir sentimentale, che ha come tema fondamentale quello dell’ossessione. “Sandrine nella pioggia” è infatti un film che racconta di un ex poliziotto, Leonardo, che durante una rapina a una banca e nel tentativo di fermare i banditi di turno colpisce e uccide accidentalmente una giovane donna. Da quel momento la sua vita cambierà per sempre, perché decide di non rimanere più in prima linea, ma di cominciare un nuovo lavoro seduto ad una scrivania. La sua vita però subirà una svolta decisiva quando incontrerà la ragazza che dà il titolo all’intero film di Tonino Zangardi, Sandrine, che porta con sé un segreto e che finirà per farlo innamorare. Ossessionato dalla ragazza, Leonardo si farà coinvolgere in tutti i suoi “loschi” piani.

Più sentimentale che noir, il film si avvale di un cast maschile eccezionale, capitanato da Adriano Giannini, che riesce a far dimenticare le forzature e a volte le mancanze a livello proprio di sceneggiatura (pecca di tutto il cinema italiano!). La pellicola regala comunque allo spettatore quella sensazione di mondo immerso nelle tenebre, quasi da far mancare l’aria, cercando sempre scenari il più claustrofobici possibili. C’è da dire infatti che se a volte la storia slitta verso binari troppo semplicistici e che vogliono solo ribaltare la situazione con (prevedibili) effetti a sorpresa, la fotografia di Giovanni Mammolotti rimane costante e sempre impeccabile per tutta la durata della pellicola. “Sandrine nella pioggia” rimane comunque una piccola novità nel mondo del cinema italiano, dato che ormai tutti quanti siamo abbastanza stanchi delle solite commediole: finalmente qualcuno che ha il coraggio di portare sul grande schermo qualche cosa di nuovo

ACT OF VALOR: RECENSIONE


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“Act of Valor”, ovvero come spiattellare in 111 minuti di film le ragioni di tutte le guerre in corso nel mondo. Che cos’è “Act of Valor”? Un film? Difficile definirlo così! Si tratta piuttosto di una giustificazione che gli americani vogliono darsi per giustificare la loro battaglia personale contro il terrorismo. Gli americani sono i buoni, anche se uccidono, e tutti gli altri sono i cattivi: fine della storia. Se fossimo stati in un altro tempo, in un altro periodo, con altri governi, si sarebbe parlato di un film di propaganda, dove si cerca di mettere in luce i “valori” dei militari americani, che compiono atti di eroismo in giro per il mondo, salvando l’umanità dalle cellule impazzite di Al Qaeda e dai narcotrafficanti del Sud America.

Il film, che ha incassato oltre 65 milioni di dollari negli Stati Uniti d’America, racconta la vera storia (romanzata!) di una vera squadra di Navy SEAL, impegnati dapprima a salvare un agente della CIA in Costa Rica. Grazie proprio a questa missione, si scopre che i narcotrafficanti sono strettamente collegati a dei terroristi che stanno preparando degli attentati in stile 11 settembre sul territorio americano. “Act of valor” ha solo uno scopo: diffondere negli americani quei temi che sono cari alle forze dell’ordine di tutto il mondo. Onore, coraggio, famiglia, fedeltà, lealtà, fratellanza!

Spacciato come un film che rispecchia i videogiochi di guerra, “Act of Valor” solo in poche occasioni sembra effettivamente un videogame (giusto quando i SEAL sono impegnati a stanare terroristi), con effetti speciali già visti e rivisti al cinema. Insomma un film che sarà apprezzato da chi si rivede nei valori sopra citati e odiato invece da chi invece ha scelto la via della non belligeranza. 

THE LORAX - IL GUARDIANO DELLA FORESTA: RECENSIONE


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“The Lorax – Il guardiano della foresta” è il nuovissimo lavoro tagato Universal e Illumination Entertainment, che cerca di ripetere i fast di “Cattivissimo Me”. Il film porta sul grande schermo una delle favole più amate dagli americani, ovvero un racconto scritto dal Dr. Seuss, che ha regalato al cinema, nel corso degli ultimi anni, un bacino di storie e di personaggi dal quale attingere per sbancare il botteghino.


Il cartoon arriverà in Italia solo a partire dall’1 giugno prossimo, ma negli Stati Uniti d’America, nel primo week end di programmazione si è portato a casa 70 milioni di dollari, un risultato sopra ogni più rosea aspettativa. La storia del coloratissimo film è quella di Ted, un ragazzo che cerca di capire come mai il mondo è tanto inquinato. Il ragazzo scopre che dietro all’inquinamento terrestre c’è il cattivissimo Once-ler, una piccola creatura che danneggia ogni albero che trova sul suo cammino per impossessarsi delle Ciuffoie, causando il degrado ambientale.


Il piccolo Ted incontrerà quindi The Lorax, un personaggio peloso e che è il punto di forza del film, che lo aiuterà a sconfiggere Once-ler. La voce  in originale e anche in italiano sarà quella di Danny De Vito, che ha accettato di partecipare anche al doppiaggio italiano del film. Ovviamente la computer grafica, il celebre CGI, raggiunge e si migliora nella pellicola della Universal diventando sempre più naturale. Con il messaggio ecologista, senza troppa retorica, si invitano i telespettatori a riflettere sull’importanza della natura. Per famiglie: da vedere! 

WAR HORSE: RECENSIONE


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Può piacere Steven Spielberg e può non piacere, ma fino a prova contraria i film vanno analizzati non schierandosi dalla parte del regista solo perché lo si ama alla follia (premessa doverosa!). E capita quindi che anche un grande regista come Steven Spielberg si ritrovi a mandare sul grande schermo un film che a stento raggiungerebbe la sufficienza, se non ci fosse alla voce regia quel nome e quel cognome ad accompagnare le gesta di un cavallo. Sì, perché “War Horse” non è certamente il miglior film della vita di Steven Spielberg e non è certamente uno di quei film da ricordare (anzi forse è uno di quei film da cancellare al più presto e da far dimenticare).

Con “War Horse” Steven Spielberg racconta la storia di una amicizia tra un cavallo, Joey, e un ragazzo Albert, separati dallo scoppio improvviso della prima guerra mondiale. L’amicizia raccontata da Spielberg è quella che va oltre tutte le barriere e che dovrebbe rappresentare la purezza del sentimento più vero. Il problema è che ad ogni inquadratura, ogni parola, ogni gesto, in ogni singolo fotogramma di “War Horse” è talmente intriso di retorica da risultare stucchevole, ridondante e a volte anche insopportabile. Il cinema dei buoni sentimenti, tante volte magistralmente raccontato dal regista, questa è troppo fastidioso, anche perché la storia dura 2 ore e 20, in cui un cavallo viene sballottato da padrone in padrone (e ne cambia parecchi!) fino al… meglio non dirlo o vi rovinerei il finale!


Steven Spielberg ha detto di aver voluto portare sul grande schermo “War Horse” perché è rimasto affascinato dalla storia raccontata nel libro di Michael Morpurgo: verrebbe da chiedersi quale storia? Tutto ruota intorno ad un cavallo eroico che riesce a salvarsi contro qualsiasi logica dalle situazioni più disperate: un highlander insomma. Troppe situazioni irreali (ma secondo voi in guerra uno pensa a salvare un cavallo?), troppe scene inutili (momento degno nota è quando Spielberg, contraddicendo il suo cinema, racconta le irragionevolezze della guerra con un soldato inglese e uno tedesco che collaborano per aiutare sempre un cavallo), troppa enfasi!

THE WOMAN IN BLACK: RECENSIONE


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C’era una volta il buon cinema gotico e se lo amate state alla larga da “The Woman in Black” il nuovo film con Daniel Radcliffe, che farebbe bene a non rinnegare "Harry Potter" anche perché i fan possono perdonargli le pecche recitative nella saga, ma fuori da essa si può tranquillamente criticare il povero attore inglese, che nonostante i 12 anni passati sul set a recitare, proprio non convince.


Daniel Radcliffe però tenta di far dimenticare al mondo che lui è Harry Potter (verrebbe quasi da chiedersi: “Perché me lo devi far dimenticare?”). Ecco che quindi si mette davanti alla macchina da presa alla ricerca dei fantasmi: insomma sempre di paranormale si tratta (tranquilli, Daniel proprio ieri ha detto che ne ha abbastanza di interpretare personaggi che hanno a che fare con il paranormale).


“The Woman in Black”, nelle sale italiane a partire dal 2 marzo, racconta la storia di un giovane avvocato vedovo e padre di un bambino (può essere mai credibile Harry Potter come vedovo?) che deve cercare di vendere una villa, di un misterioso paesino in cui tutti i bambini, senza un apparente motivo, hanno manie suicide. Ed in effetti la cosa più bella del film è proprio il prologo, quando tre dolci fanciullone inglesi alle prese con le loro bamboline, vestite ed elegantemente pettinate come la moda inglese di inizio Ottocento richiedeva, tenendosi per mano, saltano dalla finestra, con la musica interrotta da le urla disperate della madre.


Dopodichè è meglio lasciare la sala o altrimenti si rischia di passare il resto a guardare l’orologio a chiedersi: “Ma quando finisce?”. Un’opera post-Harry Potter che certamente porterà in sala qualche fan del maghetto, che poi consiglierà a Daniel Radcliffe di ritirarsi a vita privata e godersi il vitalizio che verrà dai film della saga più longeva nella storia del cinema.

HUGO CABRET: RECENSIONE


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Il cinema delle origini e il cinema degli effetti speciali tutto mescolato insieme in una dolce ubriacatura di settima arte: ecco che cosa è “Hugo Cabret” ed ecco quello che ci regala Martin Scorsese nel suo primo film in 3D, fresco di 11 nomination all’Oscar 2012. “Hugo Cabret” è una poesia, una dichiarazione d’amore di un regista che ama il cinema e che ha deciso di omaggiarlo, portando sul grande schermo, per la prima volta nella sua carriera, una favola, quella di un bambino, che abita nella Parigi degli anni ’30, che ama aggiustare le cose e che vive nella torre dell’orologio della stazione della ville lumière.

Con il pretesto di raccontare la storia un ragazzino, Martin Scorsese ci accompagna in una esperienza straordinaria e che forse in pochi fino ad oggi credevano possibile: vedere i film di George Mèlies, un pioniere del cinema, l’uomo che si è inventato l’ellissi cinematografica, l’uomo che ha per primo capito che il film è un sogno, in tre dimensioni. Ci voleva coraggio per raccontare al cinema di George Mèlies, eppure la delicatezza con cui Martin Scorsese affronta l’argomento, coadiuvato dall’ottima sceneggiatura di J. Logan, tratta dal romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Selznick Brian, ci fa riscoprire quanto deve essere stato bello inventare un nuovo modo di comunicare, quando i meccanismi del cinema erano sconosciuto e lo spettatore nel buio della sala era convinto di assistere ad una “magia”.

La narrazione del film è debole ed in effetti chi cerca una storia ben strutturata non la troverà in “Hugo Cabret” però nei momenti in cui il cinema moderno si incontra con il cinema del passato, ci si trova di fronte alla quintessenza della settima arte e si capisce perché, nonostante il tempo passi per tutti, ogni giorno c’è qualcuno in una parte qualsiasi del mondo che si sveglia la mattina e pensa: “Oggi ho voglia di magie! Oggi ho voglia di cinema”. Un film da vedere e rivedere, di cui gli amanti del cinema non potranno fare a meno. 

ANONYMOUS: RECENSIONE


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Roland Emmerich si mette dietro la macchina da presa e decide di raccontare un storia del XVI secolo, lasciando da parte per una volta gli effetti speciali, fatte di mostri e catastrofi naturali. Dopo “2012”, il regista ritorna nella sale con “Anonymous” in cui cerca di dare una nuova visione della storia sulla figura del drammaturgo più celebre di tutti i tempi, ovvero William Shakepspeare.

Il regista riporta a galla una antica teoria della letteratura del XX secolo, che vorrebbe che dietro il nome di Shakespeare, un semplice ed ignorante attore di teatro, ci fosse un ricco e nobiluomo della corte di Elisabetta I, cioè Edward de Vere, conte di Oxford. Partendo da questa suggestione, Emmerich ci accompagna all’interno della corte di Elisabetta tra intrighi e leggende di corte, che ricordano molto da vicino fil di successo come “Shakespeare in love” e i vari film sulla regina Elisabetta con protagonista la splendida Cate Blanchett. Con “Anonymous” si scopre un’alternativa alla storia che tutti sanno di William Shakespeare, una sorta di inganno che si sta protraendo ormai da secoli e che forse non sarà mai totalmente svelato e chiarito dalla storia.

Edward de Vere, conte di Oxford, era un poeta e un drammaturgo affermato alla corte della regina Elisabetta nell'Inghilterra del XVI secolo. Alcune teorie letterarie del XX secolo ritengono che sia lui in realtà l'autore dei lavori attribuiti a William Shakespeare. La pellicola, nonostante duri parecchio, oltre 130 minuti, scorre piacevole e senza troppi intoppi, grazie ad un’ottima sceneggiatura e alla bravura di tutti gli attori protagonisti scelti dal regista.  

THE EAGLE: RECENSIONE


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Gli anglo-americani da un paio di anni sono letteralmente ossessionati dall’impero romano. Non a caso vengono prodotti film, serie tv, romanzi, documentari che hanno come sfondo il mondo romano. Non fa eccezione “The Eagle” diretto da Kevin Macdonald con il palestrato Channing Tatum e l’ex ballerino Jamie Bell. La pellicola infatti non ha pretese, ma solo il desiderio di rievocare una storiella di uomini (non c’è nemmeno una donna in tutto il film!), senza nemmeno essere troppo fedeli alla verità storica. 

Nel 140 a.c., vent'anni dopo l'inspiegabile scomparsa della Nona legione nelle montagne scozzesi, il giovane centurione Marcus Aquila arriva in Britannia da Roma per risolvere il mistero e ripristinare la reputazione di suo padre. Accompagnato solamente dal sua schiavo britannico Esca, Marcus attraversa il muro di Adriano nelle sconosciute highland della Caledonia, per confrontare la sua selvaggia popolazione, fare pace con la memoria di suo padre e riprendere il perduto emblema d'oro, l'Aquila della Nona legione. Il lavoro è tutto interamente giocato sull’ambigua amicizia tra Marcus ed Esca, padrone e schiavo, alla ricerca di questo speciale vello d’oro, che li porta a vivere avventure in una terra barbara, con popolazioni che hanno l’aspetto degli indiani d’America. Il difetto principale e che fa reagire lo spettatore in modo negativo è proprio il fatto che sembra si stia assistendo ad una serie sconfinata di pellicole incollate una di fianco all’altra: ci sono il Robin Hood e il Gladiatore di scottiana memoria, ci sono vari riferimenti all’Achille di bradpittiana memoria, ma non mancano nemmeno i kolossal degli anni d’oro di Hollywood sul Tevere. 

Quello che manca è invece un bel bacio appassionato e un po’ di sano sesso (si è mai visto un film sui romani senza sesso?) tra Tatum e Bell. E sì, perché i due attori per tutto il film si lanciano sguardi di virile omosessualità, e questo cameratismo militare trasformato in una storiella d’amore avrebbe evitato gli sbadigli della sala; il regista ha però voluto giustificare il tutto con la solita solfa dei valori di lealtà, fedeltà, onore. Evitabile! 

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