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domenica 15 dicembre 2013

ALL IS LOST - TUTTO È PERDUTO: RECENSIONE

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All is lost – Tutto è perduto di J.C. Chandor è un tipico film sulla sopravvivenza, interpretato da un unico protagonista, l’eccezionale Robert Redford. La pellicola, presentata fuori concorso al Torino Film Festival 2013, ma già passata da Cannes, racconta la storia di un uomo che sta viaggiando in solitario lungo l’Oceano Indiano e che al risveglio scopre che lo scafo su cui sta navigando ha urtato un container mobile alla deriva e imbarca acqua. Senza più possibilità di mettersi in contatto con la terraferma, perché tutte le apparecchiature sono state distrutte dall’acqua salata, l’uomo cerca di riparare il danno della barca, prima di finire nel bel mezzo di una tormenta che danneggerà definitivamente lo yacht.
Si pensa subito a film come Cast Away mentre si sta osservando All is lost, anche se il regista decide di non far approdare il suo protagonista su isole deserte, ma lo abbandona in mezzo a una immensa distesa di acqua, senza nessuno con cui parlare. Il film è sostanzialmente muto e va avanti grazie a un montaggio perfetto e a una colonna sonora dal ritmo incalzante e afflitto. All is lost è un film angosciante, che fa stare male chi lo vede perché si è talmente coinvolti nella storia e nella drammatica vicenda del personaggio che sembra quasi di vivere sulla propria pelle tutte le disgrazie che accadono. Eppure quello che Robert Redford porta sullo schermo è un uomo serio, pacato, determinato a sopravvivere. Il film è ovviamente girato in silenzio, perché da soli, nella immensa vastità dell’Oceano, non si parla, non ci si perde in lunghi e inutili monologhi per raccontare la propria vita al vento, ma si cerca solo di compiere azioni e gesti che possono aiutarti a non disperare che tutto sia perduto. I momenti di tragicità maggiori per il protagonista del film non avvengono, come ci si aspetterebbe durante le tempeste o quando la sua barca affonda per sempre, ma mentre è calmo, urlando un “fuck” al cielo, solo perché, ad esempio, una nave, che passa troppo vicino al suo canotto di salvataggio, non riesce a vedere i suoi segnali di fumo. Alla veneranda età di 77 anni, Robert Redford offre al pubblico una interpretazione sublime che forse sarebbe bene premiare con il più ambito dei premi hollywoodiani: l’Oscar.

sabato 14 dicembre 2013

ONLY LOVERS LEFT ALIVE - SOLO GLI AMANTI SOPRAVVIVONO: RECENSIONE


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Only Lovers Left Alive di Jim Jarmusch con Tilda Swinton e Tom Hiddleston arriva fuori concorso al 31 Torino Film Festival dopo essere stato applaudito e apprezzato al Festival di Cannes 2013. Il regista decide di re-interpretare uno dei temi più abusati nel cinema degli ultimi 10 anni, ovvero i vampiri, ma lo fa con uno stile personale e autoriale, che dona a questi mostri succhia-sangue dai canini allungati la loro ancestrale dignità.
La storia narrata è quella di Adam e Eve, due vampiri che vivono da secoli e che si amano follemente, pur vivendo a distanza. Quando gli essere umani, che i due chiamano dispregiativamente “zombie”,  cominciano a rovinarsi, infettando il proprio sangue, i due sono costretti a incontrarsi nuovamente nella moderna Detroit, per trovare ancora del sangue puro. Il declino accompagna lo svolgersi di tutta la vicenda, con Adam che ormai è stanco della sua vita eterna e vorrebbe finalmente affrontare la morte, e con Eve che cerca disperatamente di fargli cambiare idea, soprattutto ricordandogli che già in passato aveva tentato il suicidio e che, se lo avesse fatto, si sarebbe perso tutto il divertimento: Medioevo, inquisizione, guerre e carestie.
Crepuscolare e a tratti surreale, Jim Jarmusch porta sul grande schermo tutti gli stereotipi sui vampiri e, dopo anni in cui cinema e tv hanno abusato del tema, modificandone ogni volta a proprio piacimento la tradizione, è quasi un piacere riscoprire che per uccidere un vampiro basta conficcargli un paletto di legno nel cuore o che non possono vivere alla luce del sole. Mancano le bare, è vero, ma è un piccolo dettaglio che facilmente si perdona, dato che, oltre a una splendida e affascinante colonna sonora che scandisce come un giradischi lo svolgersi dell’azione, l’interpretazione dei due attori principali è semplicemente sublime: emaciati, pallidi e desiderosi di sangue, Tilda Swinton e Tom Hiddleston superano a pieni voti la prova a cui li ha sottoposti il regista.
Only Lovers Left Alive è però anche un film con una sua filosofia intrinseca, poiché riflette, in modo ironico e spiazzante, sul mondo, su ciò che è stato, su quello che è e su quello che sarà. Per questo il film, a tratti divertente, divertito e allegorico, diventa anche un modo per riflettere sulla sapienza in generale, perché i due vampiri, che hanno attraversato i millenni, hanno potuto conoscere (e li citano spesso!) tutti i più grandi artisti e scienziati che hanno fatto progredire in avanti il genere umano. Un tono malinconico pervade tutta la pellicola, che con pessimismo ragiona anche sulla nostra società, che doveva raggiungere lo splendore, ma che è ormai destinata alla decadenza, alla sopravvivenza, perché ormai si è rovinata dentro, nel sangue.

lunedì 9 dicembre 2013

PRINCE AVALANCHE: RECENSIONE


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Prince Avalanche di David Gordon Grenn è stato presentato e ha vinto il leone d’argento per la miglior regia alla Berlinale 2013 e è stato selezionato come fuori concorso al Torino Film Festival 2013 perché è il remake di Either Way, pellicola islandese che nel 2011 aveva incantato la città piemontese, vincendo il premio come Miglior Film. Alvin (Paul Rudd) e Lance (Emile Hirsch) trascorrono l’estate sulle colline per dipingere le strisce di una strada, andate distrutte dopo un devastante incendio. Questa solitudine forzata porta i due protagonisti a confrontarsi con le proprie ansie e paure, ma anche a rivedere in modo più distaccato la propria vita. Alvin e Lance sono due personaggi in divenire, apparenmente sicuro e certo del suo futuro il primo, irrequieto e senza speranze il secondo. Come la strada che stanno facendo ritornare alla normalità, attraverso la segnaletica, i due protagonisti, costretti a vivere fianco a fianco, scopriranno nuove realtà, affrontandosi anche bruscamente e senza alcun tipo di retorica e/o riverenza.
David Gordon Green ha però ben chiara la strada che vuole  far prendere al suo film e riesce nell’operazione difficile di far rimanere lo spettatore incollato allo schermo, nonostante la presenza di pochissimi personaggi; operazione che riesce solo quando una sceneggiatura è scritta alla perfezione e quando la padronanza assoluta della storia ti permette di rendere al meglio le situazioni e i personaggi, anche solo in una scena di disperazione, di ilarità, di dialogo. I luoghi sinistri e devastati dall’inferno sono la metafora perfetta per le anime inaridite di Alvin e Lance, che però, situazione dopo situazione, striscia dopo striscia, come la natura, tornano a poco a poco a germogliare. Prince Avalanche è certamente un film che fa riflettere, anche perché nei malinconici scenari non c’è possibilità di mentire e la verità viene sempre a galla. Però c’è un modo per salvarsi essere sinceri: sinceri sono costretti ad essere i personaggi di Gordon Green e sincero è il film che il regista ha realizzato.

venerdì 31 agosto 2012

PARADIES GLAUBE ( PARADISE FAITH) – RECENSIONE


Dopo essere andato al Festival di Cannes con Paradies Love, il regista austriaco Ulrich Seidl ha presentato alla 69esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il secondo capitolo della trilogia sulle varie forme dell’amore, dal titolo Paradies Glaude (Paradise Faith). La terza opera, Paradies: Hoffnung (Paradise: Hope) per concludere il cerchio dei tre più importanti festival del mondo, sarà presentata alla prossima Berlinale (7 - 17 febbraio 2013). 

In questo secondo episodio il regista si concentra sull’amore/ossessione di una donna nei confronti della Chiesa Cattolica e dei suoi principi, seguiti con persistente fermezza. Anna Maria, tecnico radiologo, segue tutte le regole della religione cattolica con talmente tanta convinzione che si punisce ogni sera frustandosi per tutti i peccati davanti al crocifisso della sua camera da letto. La donna è totalmente presa da Gesù Cristo, il suo unico amore, tanto da volerlo far conoscere a tutto il mondo, andando di casa in casa con una statua della Madonna, nei momenti liberi dal lavoro, per cercare di convertire gli “infedeli”, ovvero gli immigrati che si sono trasferiti nella ormai ex cattolica Austria.

Paradies Glaube, nonostante si concentri su temi che possiamo considerare divini, dato che si parla di religione e spiritualità, rapporto tra le religioni e modo di vivere le religioni, rimane sempre legato ad un tema caro al regista: ovvero l’ossessione per il corpo. Certo è che ancora una volta Seidl non si concentra sui corpi perfetti dell’alta moda, ma porta sul grande schermo dei nudi sgraziati, brutti da vedere, quasi sempre ammalati e mai in piena salute. Sono corpi enormi, quasi mostruosi, che vogliono ancora di più riportare la narrazione solo a livello terreno, nonostante la protagonista sia letteralmente assillata dal cattolicesimo, tanto da arrivare a fare l’amore con il suo Gesù. Amore e sesso sono altri due ingredienti fondamentali del film; del resto la telecamera di Seidl riprende tutto senza inibizioni o censure, quindi non stupisce  nemmeno più di tanto un’orgia all’aria aperta a cui assiste l’integerrima Anna Maria.

L'opera però non convince in pieno, almeno rispetto al precedente lavoro. Quasi si potrebbe definire una pellicola sottotono, che stenta a decollare e quando lo fa per arrivare alla risoluzione sembra che ci si arrivi quasi troppo velocemente, senza che ci sia un reale motivo per cui il personaggio di Anna Maria alla fine si comporta in quel determinato modo. Pare incredibile, ma un film lento e di quasi due ore, forse avrebbe avuto bisogno di una scena in più per giustificare quella conclusione. Comunque rimane un lavoro interessante, che certamente convincerà i fan del regista, i quali ritroveranno anche in questo film i topoi della sua filmografia, mentre potrebbe non interessare a chi non ha mai visto nulla del regista austriaco.  

mercoledì 8 giugno 2011

IN THE MOOD FOR LOVE: RECENSIONE

Postato anche su FILM4LIFE... mi dispiace solo di non essere riuscito a scrivere di meglio su uno dei miei film preferiti in assoluto... 


Esistono pellicole difficili da raccontare. Esistono pellicole impossibili da raccontare. Esistono pellicole per cui le parole sono solo superflue. Esistono pellicole che vanno solo viste. E questo è il caso di “In the Mood for Love”, di Wong Kar-wai, uno dei film più belli che il continente asiatico abbia regalato all’umanità. Delicato, etereo, sfuggente, “In the Mood for Love” potrebbe essere considerato a ragione un patrimonio della nostra cultura, qualcosa da salvare e da far conoscere ai posteri. 

Il regista, dopo la parentesi estera con “Happy Together”, ritorna a casa, nella sua Hong Kong nell’anno 1963, per raccontare una storia d’amore impossibile tra due vicini di casa il signor Chow e la signora Chan, che hanno scoperto che i loro rispettivi coniugi sono amanti. Tra i due si instaura un sentimento d’amore che però non trova mai né un inizio né una fine. Del resto la poesia del titolo riassume, già di per sé, tutta la narrazione. Quell’ “in the mood for” – che possiamo tradurre come “avere l’animo predisposto a” – è un sentimento filosofico profondo, che il regista ha quasi sempre raccontato nei suoi film, ma che qui è elevato all’ennesima potenza. La musica, le parole e le ripetitive azioni si fondono alla perfezione, raccontando con eleganza temperata una vicenda “banale”, resa al contempo geniale. 

Quello che colpisce è la differenza rispetto a tutti gli altri film del regista. Quello che si ha di fronte è un Wong Kar-wai maturo, che non deve più stupire il suo spettatore, ma può concentrarsi su una storia semplice e lineare per scandagliare i sentimenti umani e raccontare la politica cinese di quegli anni così difficili. 

Per realizzare questo capolavoro, il regista, che affida l’impeccabile fotografia ancora una volta a Chrystopher Doyle, ha dovuto aspettare parecchi anni. È dovuto crescere stilisticamente e registicamente, ma soprattutto ha dovuto e saputo aspettare i suoi attori, quelli che lo hanno accompagnato fin dalle origini del suo cinema, trasformandoli in quei cigni che tutto il mondo invidia alla Cina. Tony Leung (Palma d’Oro a Cannes) e Maggie Cheung con la loro sobria fisicità trasmettono tutti i sentimenti che i loro tormentati personaggi vivono: basta uno sguardo, un gesto per mostrare un cinema fatto d’azione e con poche spiegazioni. Insomma un capolavoro da non perdere, da rivedere milioni di volte. 

Curiosità: Non ci crederete ma esiste un titolo italiano anche per questo film: “Gli amanti tristi”, che però ringraziando il cielo non è mai stato utilizzato.  

mercoledì 25 maggio 2011

IL RAGAZZO CON LA BICICLETTA: RECENSIONE

Postato anche su Film4Life...

Presentato in concorso al 64esimo festival di Cannes, “Il ragazzo con la bicicletta” è l’ultima fatica dei fratelli Dardenne, i signori della Palma d’Oro, avendone vinte già due: la prima nel 1999 con “Rosetta” e la seconda nel 2005 con “L’enfant”. Purtroppo con questo loro ultimo lavoro i due fratelli belgi deludono il proprio pubblico e non riusciranno ad incrementare i loro fan, considerando che siamo molto lontani dai fasti delle loro opere migliori, quelle che vale veramente la pena di vedere. 

“Il ragazzo con la bicicletta” è un film svogliato, sciatto, piatto, con una sceneggiatura che possiamo considerare al pari di un percorso di ciclocross (per restare in tema due ruote): piena di buche, con discese troppo ripidi e salti troppo pericolosi. Le vicende, simil-drammatiche, di un ragazzino violento e problematico, Cyril, di 12 anni, abbandonato dal padre, e della parrucchiera, interpretata da Cècile di France, che cerca di aiutarlo, non entusiasmano e, anzi, la risata nei momenti di massima tensione è inevitabile. Il motivo principale? I personaggi. Non sappiamo e non comprendiamo nulla di loro dall’inizio fino alla fine: perché si comportano così?, perché hanno certi atteggiamenti?, e altre domande che lo spettatore dovrebbe colmare da sé. Va bene che lasciare libera interpretazione al pubblico è (quasi) sempre un’ottima scelta, ma forse cercare di indirizzarlo verso almeno un unico messaggio principale non sarebbe un male. È forse perché la sceneggiatura non è all’altezza dei precedenti lavori che il bravissimo Jérémie Renier, attore feticcio dei Dardenne, ha accettato solo di comparire in un ruolo minore? 

In questa pellicola i Dardenne appaiono senza cattiveria e con un’idea del mondo anacronistica e fin troppo buonista. È mancato un po’ di coraggio in più per salvare nel finale questa accozzaglia di scene girate male (escluso un piano sequenza con i due protagonisti sulla bici), con dialoghi poco taglienti e per la maggior parte delle volte anche evitabili. È come se in questa storia i registi abbiano preferito raccontarci le cose inutili, senza entrare davvero nella psicologia dei personaggi, come invece sono soliti fare.

venerdì 15 aprile 2011

HABEMUS PAPAM: RECENSIONE

Postato anche su Film4Life... 


Quando Nanni Moretti decide di mettersi dietro la macchina da presa e di proporre un film al pubblico è sempre e comunque un evento. Testimonianza diretta sono: la partecipazione in concorso al prossimo Festival di Cannes e l’affollatissima presentazione alla stampa di questa mattina di "Habemus Papam", con due sale del cinema Quattro Fontane di Roma stracolme. 

Dopo essersi occupato del potere politico nel suo precedente lavoro, “Il Caimano”, Moretti volge il suo sguardo sull’altra sponda del Tevere, per portare un po’ di luce sul grande mistero del conclave vaticano. Dopo la morte del papa, i signori cardinali devono eleggere un nuovo pontefice. La scelta ricade su Melville, che però, subito dopo la fumata bianca e con i fedeli radunati in Piazza San Pietro in attesa di conoscere il successore di Pietro, è vittima di ansia e depressione, timoroso del ruolo che gli è stato appena affidato. Per questo è chiamato in Vaticano uno psicanalista, anzi il miglior psicoanalista di Roma, che deve cercare di aiutarlo a superare i suoi problemi. 

L’empatia dello spettatore con il papa Michel Piccoli è pressoché immediata, grazie alla straordinaria interpretazione dell’attore che, azzardiamo, è un “papabile” alla Palma d’Oro come Miglior Attore. Del resto la pellicola tratta temi universali come quello dell’inadeguatezza, del sentirsi incapace, della voglia di non essere quello che si è. Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, non si è sentito adatto al ruolo che le circostanze lo hanno portato a ricoprire: quindi perché non ipotizzare che anche un capo di stato, come il papa, non possa avere questi dubbi? Certo in questo caso il regista poteva essere un po’ più coraggioso e criticare apertamente il mondo del potere, non fermandosi ai soliti sproloqui divertenti, ma che nonaggiungono nulla di nuovo a quello che ognuno di noi già sa. 

Era forse dai tempi del “Pap’occhio” comunque che nessuno (al cinema) ficcava il naso con ironia tra gli affari vaticani, Moretti lo fa ma non nel modo critico che ci si aspetti dal signor “La messa è finita” o “Ecce Bombo”. Si ha di fronte un lavoro ben fatto sicuramente che però alla fine indugia di più sulla psicoanalisi che sulla religione e l’anticlericalismo. Diffidate da chi vi dirà: “È dissacrante!”, perché è tutto tranne che una critica alla religione cattolica. 

La pecca più grande è il finale: un po’ troppo scontato ed un’altra scelta di sceneggiatura avrebbe portato “Habemus Papam” a livelli superiori. Resta comunque la miglior pellicola italiana degli ultimi anni.


Tutte le curiosità sul film

domenica 10 aprile 2011

LE QUATTRO VOLTE: RECENSIONE

Postata solo qui sul mio blog... Semplicemente perché a ben pensarci (insieme a Diciotto anni dopo) questa è l'unica opera cinematografica degna di nota del 2010 italiano... Voglio anche esprimere così il mio sdegno per i David di Donatello, l'ennesima buffonata del nostro paese...Nomination SCANDALOSE!!!

Il regista Michelangelo Frammartino con il suo lavoro “Le quattro volte” ci ricorda che esiste un altro tipo di vita, un altro tipo di umanità, oltre a quella alienante dell’uomo moderno nelle megalopoli. Il film non è semplice né da guardare, né da digeribile, già solo per il fatto che si assiste a 90 minuti in cui non ci sono dialoghi. Il cinema ritorna con questa poetica e filosofica pellicola alla sua quintessenza, ovvero “racconto per immagini”.

“Le quattro volte” racconta quattro storie, ambientate in un paesino calabro arroccato sulle montagne, che fanno da sfondo all’acuta riflessione di Frammartino sulla vita e sulla morte, sul rapporto tra la natura e l’uomo, tra tradizioni che rimangono immutate nei secoli e luoghi in cui il caotico mondo moderno è rimasto escluso. Quello che il regista milanese ci mostra è un luogo dove ogni giorno si deve lottare per la sopravvivenza, che il protagonista sia un uomo, un animale o una pianta. Un uomo che muore, una capra che nasce, un albero secolare… sono questi i protagonisti del film! In una visione del mondo e della narrazione cinematografica diversa e particolare sia rispetto alle opere di fantasia sia rispetto ai documentari.

Ad accompagnare il nostro sguardo ci sono solo lunghissimi piano sequenza e inquadrature fisse, per quattro storie, legate tra loro da un sottilissimo fil rouge, quasi che ci fosse la mano di un dio benevolo, ma al contempo spietato a dare un senso a quello che si sta guardando. Un’esperienza sensoriale intensa per chi avrà il piacere di ammirare questa piccola opera d’arte popolare.


 “Le Quattro volte” ha vinto l’anno scorso a Cannes l’Europa Cinemas Label ed inoltre Vuk, il fedele cane del pastore, si è portato a casa la Palm Dog 2010, assegnata alla miglior interpretazione canina.

martedì 4 gennaio 2011

TAMARA DREWE - TRADIMENTI ALL'INGLESE: RECENSIONE

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Presentato al 63esimo Festival di Cannes, “Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese” è il nuovo lavoro del regista Stephen Frears e vuole raccontare, senza troppe pretese, il mondo rurale del moderno Regno Unito. Con sguardo disincantato ed ironico, ci addentriamo quindi nella vita di Tamara Drewe, una sedicente giornalista, che torna dopo la morte della madre e dopo lunghi anni di assenza nel paesino della sua infanzia. Ci ritorna però da donna realizzata, sicura di sé anche grazie a quel ritocchino estetico che l’ha resa tutta un’altra persona, come si sottolinea in un geniale scambio di battute nella pellicola. Con allegria e schernendo simpaticamente i suoi personaggi, il regista ci offre uno spaccato diverso dalla solita città di Londra, mostrando un’Inghilterra un po’ più umana e giocosa, fatta di tradimenti, di gelosie, di invidie coperti dal solito immancabile perbenismo, che rende tutta la vicenda più facile da trasformare in una commedia. Certo Frears è stato aiutato alla base di partenza: la graphic novel di Psy Simmonds, dalla sceneggiatura di Moira Buffini e soprattutto dal riferimento costante al grande scrittore Thomas Hardy e al suo romanzo “Via dalla pazza folla”, da cui è tratto un omonimo film. È proprio quest’ultimo ad essere preso di mira e più volte citato, tanto da rendere consigliabile allo spettatore una piccola rivisitazione di questo classico del cinema britannico con Julie Christie e Alan Bates, giusto per apprezzare più a fondo l’humour che pervade tutta l’azione di “Tamara Drewe”. Riproporre in chiave moderna il romanzo di Hardy, infatti, non era operazione facile. Eppure Frears, anche grazie ad un cast eccezionale e d’eccezione, ci riesce, riuscendo a portare i personaggi nell’epoca moderna, mantenendo vivo quel messaggio che pervade tutta la filosofia dello scrittore: ognuno vive una vita ideale che è in contrasto con la sua squallida vita reale.

venerdì 17 dicembre 2010

BIUTIFUL: RECENSIONE

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Alejandro González Iñárritu torna dietro la macchina da presa con l’intenzione di realizzare un film di matrice ispanica. Per questo motivo il regista ha abbandonato Hollywood e ambientato il suo film a Barcellona in Spagna, pur trascinandosi dalle colline dorate di Los Angeles uno dei più bravi attori sulla piazza: Javier Bardem. Il risultato finale di questo grande duo è BIUTIFUL, uno schiaffo in pieno viso, che fa riflettere anche lo spettatore più cinico, almeno in qualche sequenza del film. Con un tono delicato e che punta a coinvolgere lo spettatore, Biutiful segue le vicende di Uxbal, un uomo con due figli intrallazzato in traffici poco leciti, nel momento in cui scopre di avere un cancro allo stadio terminale. Seguiamo insomma il cammino di un uomo che deve cercare di prepararsi al meglio al grande passo, cercando di garantire un futuro alla sua famiglia. A dirla tutta, dalla sinossi, ci si aspetterebbe uno di quei film in cui la mano non si stacca dagli occhi per asciugare i lacrimoni: non è così! Certo, ci sono parti intense e terribilmente commoventi, ma nelle oltre due ore di pellicola, Iñárritu lascia ampio spazio anche all’azione, inevitabile quando si vuole trattare un tema come quello dell’immigrazione clandestina. Infatti oltre alla morte e alla malattia, in Biutiful la realtà è affrontata dalla parte delle classi più basse, in uno stile di regia genuino e senza troppi fronzoli. Non siamo nell’alta borghesia. Ci muoviamo tra vicoli stretti e case fatiscenti, con una visione della periferia della città per quello che è: un luogo inospitale, cupo e degradato. Nonostante però queste premesse, BIUTIFUL perde la sua intrinseca drammaticità della vicenda personale a causa di una ricerca quasi spasmodica ed a volte inutile di voler a tutti i costi spostare l’attenzione sulla miriade di sub-plot (troppi!). Alcuni assolutamente superflui ed affrontati inevitabilmente in modo troppo frettoloso. Certo, questa abitudine alla pluralità di personaggi e vicende per Iñárritu non è altro che uno strascico che si porterà per sempre dietro dopo i lavori con Arriaga. Del resto ben guardare anche in Biutiful le storie si intrecciano. Nonostante un’unica storia principale, è come se il personaggio di Bardem fosse al centro di una rotonda dalla quale partono infinite strade, che lui deve percorrere una per una, altrimenti non si può giungere ad una conclusione. Questo purtroppo è un danno per il film che annoierà gli spettatori meno attenti ed appassionati. Certo la perfezione stilistica della regia, delle inquadrature, della fotografia fanno sì che si possa perdonare al regista messicano queste pecche a livello di sceneggiatura e qualche volo pindarico in situazioni che non sono assolutamente realistiche (come si fa a credere che la polizia spagnola compia un blitz nei confronti dei venditori senegalesi in pieno giorno e in pieno centro in una città caotica come Barcellona?) Meritata la Palma d’Oro come Miglior Attore a Cannes, affianco al nostro Elio Germano, per Bardem, un dio della recitazione. Lui da solo è un buon motivo per recarsi al cinema il 4 febbraio 2011 per andare a vedere Biutiful.

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