Visualizzazione post con etichetta ADRIEN BRODY. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ADRIEN BRODY. Mostra tutti i post

martedì 9 novembre 2010

SPLICE: RECENSIONE




Il fascino di Frenkenstein! Quante volte abbiamo visto al cinema la parabola del mostro nato dalla penna di Mary Shelley? Tante, tantissime volte. E “Splice” non fa che riconfermare quanto il mondo della celluloide sia affezionato al mito del mostro creato artificialmente per mano umana. Se Tim Burton infatti ce lo ha proposto negli anni Novanta in versione creatura docile ma dalle mani di forbice, Vincenzo Natali, regista canadese, affronta l’argomento riportandolo al 2010 e sfruttando le meraviglie delle biotecnologie mediche. È questo il centro della storia: Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley) sono una coppia di scienziati e nella vita, che stanno cercando, attraverso esperimenti sul DNA, di trovare una cura per molte malattie genetiche. Mescolando geni umani a quelli animali, creano Dren, un ibrido, un essere eccezionale ed utopico, che tengono nascosto per paura delle ripercussioni dell’opinione pubblica. È una pellicola dove in realtà non si affronta altro che gli argomenti che negli ultimi anni sono stati più e più volte mossi alla ricerca scientifica: fino a che punto spingersi? E nel film i due scienziati si spingono oltre, troppo oltre, sfidando quelli che sono i principi dell’etica e le leggi della natura, ancora oggi un autentico mistero per noi minuscoli esseri umani. La pellicola è sapientemente giocata per affascinare soprattutto gli amanti del genere horror; è consigliata l’astensione a tutti quelli che vanno al cinema per vedere qualcosa di verosimile. A garantire poi la bellezza delle immagini è uno dei produttori esecutivi: Guillermo Del Toro; come non notare la sua mano nella creatura creata in laboratorio, simile alle fatine de “Il labirinto del fauno”. La meraviglia di “Splice” comunque sta tutta qui: in una fotografia formalmente perfetta, in un montaggio serrato, in una colonna sonora buona e soprattutto negli effetti speciali. Effetti speciali che trasformano l’attrice Delphine Chaneac in uno splendido essere vivente, dalle movenze delicate, nonostante la mostruosità. Le solite mancanze e ovvietà a livello di sceneggiatura forse sono inevitabili, per un’opera che tende più alla spettacolarità del fotogramma che alla introspezione dei personaggi. Infine: un’altra prova incolore per il Premio Oscar Adrien Brody? Decisamente sì, oscurato anche questa volta da tutto il contesto e il contorno che Natali gli crea attorno.

MANOLETE: RECENSIONE

Vamos a matar… el cine! Difficile, difficilissimo parlare di “Manolete”, il nuovo film di Menno Meyjes, con una coppia di premi Oscar scintillanti formata da Penélope Cruz e Adrien Brody. Ci sono voluti tre anni perché qualcuno (in questo specifico caso la Eagle Pictures) si decidesse, e dopo aver visto il film, avesse il coraggio di portare nelle nostre sale “Manolete”. Infatti, per quanto si può essere contrari alle pellicole che vedano luce solo nei dvd o nelle reti pay-per-view, in questo specifico caso è difficile riuscire a trovare una nota positiva durante tutta la noiosa narrazione. Forse il problema della pellicola è che non doveva valicare i confini spagnoli, per la materia trattata: le corride e il più grande torero di tutti i tempi Manuel Rodriguez Sanchez (Adrien Brody), conosciuto come Manolete, idolatrato nella Spagna del Generalissimo Franco come una star hollywoodiana ai giorni nostri. A essere narrata sullo schermo da Meyjes è la scabrosa, non troppo segreta e inaccettabile relazione che il torero portò avanti negli ultimi diciotto mesi della sua vita con l’attrice messicana Lupe Sino, al secolo Antonia Brochalo, interpretata da una Penélope Cruz decisamente sottotono, come tutto il film del resto. Il lavoro si caratterizza per la sua ridondanza soprattutto nelle scene di combattimento con i tori di Adrien Brody (bellissime, ma non bastano!) sempre le stesse, utilizzate e riutilizzate fino all’esaurimento dello spettatore e poi nella didascalia extradiegetica che davvero snerva, tanto che si vorrebbe dire al regista: “abbiamo capito che hai voluto scrivere una sceneggiatura che gioca sui flashback… lo abbiamo capito!”. Siamo di fronte al caso in cui si è convinti che due attoroni (perché “la” Cruz e “il”Brody lo sono!) possano portare avanti e reggere sulle loro spalle il peso di un lavoro che non decolla mai, e, cosa ancora più grave, non emoziona. L’empatia con i personaggi non si può creare, dato che si assiste ad un via vai di pazzi, di duetti e dialoghi banali, retorici e scontati, di azioni incomprensibili, di avvenimenti insignificanti che fanno agire nel modo più incomprensibile i personaggi: roba che Almodovar e le sue “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” sembrano tranquille. Certo quelle di Pedro sono situazioni comiche, qui siamo di fronte ad una tragedia (almeno per chi ha la forza di restare seduto al cinema).

LinkWithin

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...